20. Un inizio per ogni fine

Quando Sara entrò nella stanza luminosa, si rese conto subito che era tutto come l’aveva lasciato, ma molte cose dentro di lei erano diverse. Sapere che quella statua in lontananza era veramente Jibrīl la faceva sentire come in quel terribile giorno in cui la Maledizione ebbe inizio, quando tutto per loro finì. Adesso si spiegava quella nostalgia immotivata, quel dolore che si prendeva possesso del suo cuore, quella rabbia che sentiva nel profondo. E la solitudine. Aveva sempre percepito una profonda solitudine anche in mezzo alla gente, fino al giorno in cui aveva incontrato Gabriel e per la prima volta si era sentita in pace con se stessa, nel posto giusto, non più quella terribilmente strana e sbagliata.
Presa da tutti questi pensieri era ormai arrivata di fronte alla scultura e se ne rimase immobile a pochi centimetri da essa, senza avere la minima idea di cosa avrebbe dovuto fare o di cosa sarebbe potuto succedere.
Si ricordò che la volta precedente aveva allungato le mani verso quelle dell’angelo e così era riuscita a sentire la sua voce, il suo profumo e quello che probabilmente sarebbe stato il suo abbraccio, se solo lei non si fosse impaurita e fosse scappata via. Magari avrebbe funzionato di nuovo, valeva la pena tentare, non aveva niente da perdere in fondo. Quindi chiuse gli occhi e protese le braccia verso la statua, all’improvviso sentì due mani afferrarla con forza per i polsi, ma non ebbe paura, era in questo modo che doveva andare, doveva lasciarsi salvare questa volta. E così si ritrovò col viso appoggiato al petto di Jibrīl e le sue braccia intorno al corpo che la stringevano forte, stavolta ci sarebbe stato il lieto fine.

Era una bellissima sensazione quella che stava provando, era come se anche l’ultimo pezzo del puzzle avesse finalmente raggiunto il suo posto e non trovava il coraggio di aprire gli occhi per paura che tutto ciò che stava vivendo in quel momento svanisse nel nulla. Ma sapeva benissimo che avrebbe dovuto farlo prima o poi, non sarebbe potuta stare così per sempre. Dunque fece un gran sospiro, con il cuore che batteva all’impazzata e li aprì lentamente, rimanendo sconvolta: l’angelo del suo tatuaggio, dei suoi sogni e del suo passato, all’improvviso si trovava proprio lì di fronte a lei. Poteva vederlo, toccarlo, sentirlo. Era reale, inspiegabilmente ed inconfutabilmente reale. Non era più una statua.
Non riusciva a crederci, chiuse e riaprì gli occhi diverse volte, con le dita tremanti gli accarezzò le mani e poi lo guardò in faccia e lo vide sorridere, in quel modo strano che aveva lui di sorridere rimanendo sempre un po’ impassibile. Era Jibrīl, era proprio lui, era un angelo vero e proprio ed era lì con lei. Si sentiva emozionata, impaurita, confusa, ma fondamentalmente felice. E lui? Come si sentiva lui?
« Come, come stai? »
Sussurrò la ragazza con un filo di voce, sentendosi immediatamente stupida e banale.
« Mi hai sempre tempestato di domande, eri così tremendamente curiosa, ma questa non me l’avevi mai posta »
Sara arrossì, senza motivo, rimanendo a corto di parole e non avendo più neanche il coraggio di guardarlo. Si sentiva improvvisamente a disagio. Era vero che era come se lo conoscesse da sempre, ma era anche vero che lui conosceva Morgana e non lei, Sara. Sicuramente un angelo era capace di vedere le persone per la loro anima, ma di fatto lei aveva dalla propria solo dei nitidi ricordi di una vita vissuta da qualcun altro.
« Bene, sto bene e tu? »
Continuò l’angelo, andando a sedersi sull’altare di pietra di fronte a loro e facendo segno a Sara di seguirlo.
« Scusami, ma è così… così… »
Balbettò lei, non riuscendo ancora a razionalizzare il fatto che si trovasse in un cimitero a parlare con un angelo in carne ed ossa.
« Complicato? Lo è sempre stato per te… e non è cambiato niente a quanto vedo »
Continuò lui sorridendo, lei rispose timidamente al sorriso e si sentì ad un tratto più leggera per quella battuta. Così si trovarono seduti vicini e piano piano la situazione diventò sempre meno surreale per entrambi.
« Posso fare “quella cosa che fanno gli angeli” se te lo rende più facile… »
Aggiunse Jibrīl citando le parole di Morgana e Sara semplicemente annuì, così lui appoggiò i palmi delle mani alla sua fronte e cercò di sbrogliare un po’ la matassa di pensieri confusi che affollavano la sua mente.
« Quindi sei preoccupata perché non sai cosa fare adesso e sei preoccupata perché non sai cosa succederà, ma quello che vuoi tu ancora non te lo sei chiesto? »
« Cosa voglio io? »
Sara cadde dalle nuvole e no, effettivamente non se lo era mai chiesto:
« Non credo di avere voce in capitolo. Non credo dipenda da me e anche se fosse non credo che sarebbe giusto »
« Va bene, allora partiamo da qualcosa in cui credi. Ci sarà pure qualcosa di cui sei certa in questo momento? »
La ragazza iniziò ad osservare un punto di fronte a sé, si sforzava di pensare, di capirci qualcosa, ma non sapeva davvero cosa rispondere. Così l’angelo proseguì con tono comprensivo:
« Non devi temere di ferirmi »
« Perché dici questo? Perché pensi che potrei ferirti? Io… io non vorrei mai e poi mai farti del male, io… »
Sara sentiva il cuore scoppiarle in petto, per nessun motivo al mondo avrebbe procurato del dolore al suo angelo, aveva dato la vita per lui in passato e lo avrebbe fatto di nuovo, anche in quello stesso istante:
« Sei riuscito a leggermi nei pensieri qualcosa che io ancora non ho capito, vero? »
Jibrīl annuì, cercando di tranquillizzarla, ma sortì esattamente l’effetto contrario e la ragazza scese dall’altare e cominciò a mordersi il labbro nervosamente, guardandosi intorno preoccupata.
« Probabilmente sarebbe meno complicato per te se tu riuscissi per un attimo a non dividere tutto in giusto o sbagliato, in nero o bianco, in bene o male. Quando ti ho chiesto cosa volessi, tu hai pensato ad una parola, ma immediatamente l’hai nascosta a te stessa per paura di ferirmi. Però non è così, qualunque cosa tu possa provare in questo momento va bene, va tutto bene, capocciona di un’umana! »
Sara si fermò, sorrise per l’espressione familiare e lo osservò con gli occhi lucidi, poi senza dire niente gli corse incontro e lo abbracciò, andando a posare il viso sul suo petto, tremando dall’emozione. Lui ricambiò l’abbraccio, sussurrandole in un orecchio:
« Ti sentiresti meglio se trovassi il coraggio di dirla »
« No »
Si limitò a rispondere la ragazza, senza muoversi di un centimetro, ma quella replica aveva confermato all’angelo tutto ciò che stava pensando:
« Non puoi perdermi, lo sai questo? »
« Non è così »
« E allora come sarebbe? Spiegamelo »
A quel punto Sara si allontanò un po’ per cercare di farsi forza e provare a tirare fuori ciò che aveva dentro in quel momento:
« Io non lo so, sono cose che sento, emozioni… sensazioni, non so spiegarlo, non saprei neanche da dove iniziare. Credo solo che se rispondessi a quella domanda non ti rivedrei più e non lo voglio. Ti giuro, non è quello che voglio »
« Tu vuoi Gabriel » tagliò corto Jibrīl, la sua voce era neutra, ma la sua espressione era tranquilla e rassicurante: « E va bene »
« Non comprendi il problema! »
Obiettò Sara.
« Sei tu che non comprendi la soluzione! »
Replicò l’angelo.
« Quel poco che so è che Gabriel non può entrare qua, perché qua ci sei tu… se ci sei tu non c’è lui e se c’è lui non ci sei tu, ok? Non puoi chiedermi di scegliere fra voi due! »
« E infatti non lo farò. Dai, torna qua seduta accanto a me, proverò a spiegarti tutto »
La ragazza lo osservò non riuscendo a capire, ma obbedì senza dire niente.
« Gabriel è frutto della Maledizione di Velden, è la mia anima che è uscita dal mio corpo quando si è trasformato in una statua di pietra, o meglio, è il modo in cui tu hai percepito la mia anima, il modo in cui tu hai deciso di vederla, era ciò che ti serviva in quel momento per iniziare ad accettare tutto questo. Anche ciò che chiami “il tuo paradiso nascosto” è un luogo che fa parte della maledizione, te lo sei creata in modo che ti potessi sentire a tuo agio e protetta, un luogo dove scoprire la verità piano piano… »
« Quindi niente di tutto questo esiste? »
« No, al contrario, esiste eccome. Ma esiste solo per me e per te, fa parte della nostra condanna, una condanna che finalmente abbiamo finito di scontare. Quindi perché hai quell’espressione triste adesso? »
« Non rivedrò mai più Gabriel, vero? »
« E questo è il motivo per il quale ti ho fatto quella domanda all’inizio. Quando Kari ha scagliato la maledizione non poteva sapere che gli angeli prima o poi se ne sarebbero andati via dalla Terra. Nella tua epoca nessun essere umano ha mai visto un angelo, escluso te, non potrei andarmene in giro come se niente fosse, dovrei vivere un’eternità nascondendomi e dopo aver passato diverse vite imprigionato in una statua, capirai che non è decisamente ciò che voglio »
« Quindi vuoi tornare a casa tua? »
Jibrīl sorrise, in effetti il Paradiso era pur sempre casa sua:
« Potrei, certo. Potrei raggiungere i miei fratelli, ma tu non potresti venire con me, non per il momento almeno »
« Io lo comprenderei se tu non ne volessi più sapere niente di questo posto e dei suoi abitanti. Non fraintendermi, mi mancheresti da impazzire se tu te ne andassi, certo… ma essere la causa della tua infelicità sarebbe peggio »
« Ed è per questo che per me era importante sapere quanto ci tenessi a Gabriel »
« Non credo di capire il nesso »
« Non posso rimanere sulla Terra nella mia forma angelica, ma potrei rimanerci se fossi un essere umano »
« No, no… non se ne parla proprio! Non ti permetterò di rinunciare alla tua immortalità, ai tuoi poteri e alle tue bellissime ali per stare con me, non lo voglio! »
« E di cosa voglio io non ti interessa? »
Sara si sentì decisamente stupida e superficiale: non le era passato in mente neanche per un istante che Jibrīl potesse preferire essere un semplice uomo, con tutti i limiti che ne conseguivano, che essere un potente e magnifico angelo. Per lei i messaggeri divini erano la perfezione e non concepiva proprio il pensiero che potessero scegliere per qualche motivo una banale vita umana.
« In questi mesi passati con te, come Gabriel, ho provato delle emozioni che non conoscevo e mi sono piaciute, non ci voglio rinunciare. Ho vissuto più in questo breve periodo che in secoli e secoli come angelo, nei quali ho fatto solo ciò che dovevo fare. Non ho mai pensato di poter volere qualcosa, capisci? Noi creature celesti non siamo state create come esseri individuali, tutto ciò che facciamo ha uno scopo superiore, non esistiamo mai per noi stessi. Capisci cosa voglio dire? »
Sara annuì. Capiva bene il concetto, nel suo piccolo le era capitato di vivere di dovere, di esistere per accontentare gli altri, di sentirsi in colpa per desiderare qualcosa per sé, di limitarsi a sopravvivere, insomma. Sì, riusciva a capire chiaramente cosa desiderasse Jibrīl, perché in quel momento era esattamente ciò che desiderava anche lei.
« Quindi tu vorresti rinunciare alla tua vita da angelo per diventare umano? »
« Sì »
« E sai come farlo? »
« Certo »
« Quindi non ti rivedrei mai più? »
« Non in questa forma, no. Ma avrai Gabriel al tuo fianco per tutto il tempo che vorrai »
La ragazza sentì dentro una profonda malinconia, quello era un addio e lei non era brava a lasciare andare, non lo era mai stata. Non avrebbe più rivisto il suo angelo dai capelli corvini, dagli occhi di ghiaccio e dalle magnifiche ali bianche e non era affatto giusto, si erano ritrovati dopo tutto quel tempo e già si dovevano separare, questa volta per sempre. Non riusciva a farsene una ragione.

Jibrīl capiva perfettamente la situazione, anche se per lui era tutto più semplice, in realtà. Già dai pomeriggi passati al pascolo con Morgana si era reso conto che la sua vita mancava di qualcosa, che ciò che lo faceva stare bene era il tempo trascorso con lei e per il resto non provava ormai più niente. Non aveva alcun dubbio che preferiva vivere una vita mortale come Gabriel che tornarsene in Paradiso come Jibrīl, casa sua ormai era la Terra e tutto ciò che comportava. Era pronto ad affrontarlo. Ma Sara ancora no, quindi provò a farle vedere la cosa sotto un punto di vista diverso:
« Avrai me. Senza ali, senza questo corpo, senza poteri angelici, ma sarò sempre tutto ciò che di me hai amato. Sarò sempre io, lo capisci questo? Saremo sempre noi, se lo vorrai. Non cambia niente »
La ragazza fece un no con la testa e gli occhi le si inumidirono. Non aveva intenzione di ostacolare la volontà dell’angelo, solo che temeva di non essere abbastanza forte da accettare ciò che sarebbe successo di lì a poco:
« Non voglio dirti addio »
Sussurrò con un filo di voce.
« C’è un nuovo inizio per ogni fine. Questo non è un addio, devi solo avere il coraggio di girare pagina, ma il libro non è affatto finito, è appena iniziato, te lo posso assicurare »
Le rispose lui, scendendo dall’altare e avvicinandosi a lei per abbracciarla un’ultima volta come Jibrīl. Iniziò poi a recitare un incantesimo nella lingua angelica, Sara intravide i tatuaggi muoversi sul corpo dell’angelo, ma non lo lasciò neanche per un istante. Sentì il calore della sua magia attraversarle il corpo, era piacevole come la prima volta che l’aveva sentita, quando Morgana lo aveva aiutato col tomo e in qualche modo tutto ciò la rassicurò. Non sentiva più le domande premerle in testa, non sentiva più il respiro pesante e il cuore che le faceva male, sentiva solo la sua voce profonda che recitava un incantesimo per l’ultima volta e non si accorse neanche di aver perso i sensi.

Quando riaprì gli occhi ci mise un po’ a capire dove si trovasse. Era su una panchina e c’era un viale alberato dietro alle sue spalle, un viale di cipressi, ecco, ora era riuscita a focalizzare: era il viale principale del cimitero. Davanti a sé aveva un muro ed era piuttosto sicura che fosse proprio dove si trovava il buco per entrare in quello che aveva definito per tanto tempo il suo paradiso nascosto. Ma adesso quel buco nel muro era chiuso, non mancava nessun mattone, non c’era modo di entrare. Se aveva capito bene ciò che aveva detto Jibrīl, adesso dietro a quel muro non ci sarebbe stato più niente, quel posto non le serviva più. Questo pensiero avrebbe dovuto rincuorarla, ma in realtà la gettò nello sconforto più totale e se ne rimase lì immobile a fissarsi la punta degli stivali per un po’.

All’improvviso intravide con la coda dell’occhio una figura che si stava avvicinando, ma non fece in tempo a pensare o dire qualcosa, perché era già seduta accanto a lei sulla panchina. Non si dissero niente, si guardarono negli occhi e sorrisero, emozionati ed imbarazzati come dopo il loro primo bacio.
Gabriel allungò la mano verso quella della ragazza, lei la afferrò e la tenne stretta fra le sue. Non riusciva ancora a crederci, ora era tutto reale, lui esisteva davvero, non c’erano più maledizioni, incantesimi o visioni, quella era la vita vera, lui era un uomo a tutti gli effetti adesso e lei ne era innamorata persa.

Ad un certo punto Sara sentì in lontananza le due signore anziane e bigotte che aveva spesso incontrato al cimitero in passato, per prima cosa ebbe l’istinto di alzarsi e nascondersi, come aveva sempre fatto. Ma poi pensò che adesso non stava facendo niente di male e poteva starsene tranquilla, seduta su una panchina, con chi voleva. Così si calmò, si avvicinò a Gabriel e gli poggiò la testa sulla spalla, lui le lasciò un tenero bacio sui capelli.
« Hai visto quei due? Laggiù sulla panchina? »
Urlò una vecchia all’altra, credendo di parlare piano, ma alzando la voce a causa della sordità dovuta all’età. La compare si voltò a guardarli socchiudendo gli occhi e annuendo, facendosi poi il segno della croce.
« Ma guarda come sono vestiti, sembra che debbano andare ad un funerale. Questi giovani non sanno proprio più cosa inventarsi per attirare l’attenzione! Che poi lei sarebbe anche carina, però conciata a quel modo! »
« Andranno all’inferno con tutti quei tatuaggi, che il Signore li abbia in gloria! »
« Corri, vedi di allungare il passo, che magari sono pure delinquenti, satanisti, con tutte le cose che si sentono dire al TG di questa gente non c’è da fidarsi, andiamo a casa! »
« Andiamo, andiamo e domani facciamoci accompagnare da tua nipote, così stiamo più tranquille! »

Quando le due signore sparirono dietro al cancello principale, Sara scoppiò a ridere e guardò negli occhi Gabriel piangendo dalle risate, lui non riusciva a capire perché lei fosse così felice, però vederla per la prima volta in quel modo lo faceva sentire benissimo.
« Hai sentito quelle due vecchie? »
Gli chiese, non riuscendo a smettere di sghignazzare e l’uomo annuì accennando a sua volta un sorriso:
« Sì, ma devo ammettere che non ho capito a cosa si riferissero, mi è sembrato tutto tremendamente senza senso… »
« Benvenuto nel fantastico mondo degli esseri umani, Gabriel! »

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