19. Tutto ha senso adesso

Sara si voltò verso Gabriel con gli occhi colmi di lacrime, le labbra che tremavano ed un grande dolore dentro al petto. Le parole non riuscivano a venir fuori, sentiva il sangue scorrere nelle vene come fosse ghiaccio e l’unica cosa che poteva fare adesso era guardarlo, cercando di calmarsi. Il suo corpo era come paralizzato, ma i suoi pensieri correvano fin troppo velocemente ed il panico era dietro l’angolo, lo sentiva.
Lui se ne accorse, si avvicinò a lei e la strinse a sé con decisione, cercando di farla sentire protetta fra le sue braccia. Le baciò la testa accarezzandole i capelli, voleva che si sentisse al sicuro, che capisse che lui era lì per lei e che qualsiasi cosa fosse successa d’ora in poi l’avrebbero affrontata insieme.
« Come… come ho fatto a non capirlo… a non capirlo prima? »
Singhiozzò con fatica Sara, senza togliere il viso dal petto di Gabriel. Poi fece qualche profondo respiro e lo guardò dritto negli occhi, terrorizzata dalle sue stesse parole:
« Jibrīl è il nome dell’arcangelo Gabriel nell’islamismo… tu… tu sei Gabriel… e tu… »
E scoppiò a piangere di nuovo, non riuscendo a pronunciare ad alta voce ciò che stava pensando, era troppo, davvero troppo. Se lo avesse detto, se lo avesse ascoltato, lo avrebbe reso reale e non poteva esserlo. Ma Gabriel continuò ad osservarla tranquillo, le prese il viso fra le mani e cominciò ad accarezzarlo dolcemente, senza dire una parola. Non poteva, la maledizione non glielo consentiva, doveva essere Sara ad arrivarci da sola.
Seguirono minuti di silenzio, sospiri e carezze, fino a quando la ragazza si sentì pronta. Si asciugò le lacrime con la manica del vestito, si schiarì la voce con un colpo di tosse, prese le mani dell’uomo fra le proprie e abbassò lo sguardo concludendo con un filo di fiato:
« Tu sei… Jibrīl, vero? Tu sei l’anima dell’angelo intrappolato in quella statua di pietra e io… io sono probabilmente l’ennesima reincarnazione di quella ragazza che tanto tempo fa si innamorò di te, Morgana. Tutto questo fa parte della Maledizione di Velden, è così? »
Gabriel continuò a non dire niente, ma le strinse forte le mani accennando un sorriso discreto, dimostrando un’emozione che non riusciva più a contenere. E Sara comprese che per quanto assurda fosse, era davvero quella la verità che aveva cercato per tutta la vita e che mai si sarebbe aspettata.

Si alzò di scatto e cominciò a camminare avanti e indietro per la stanza: adesso sapeva, adesso tutto aveva un senso, ma riuscire a metabolizzarlo non era per niente semplice. Gli angeli esistevano davvero, in passato avevano vissuto sulla terra insieme agli esseri umani. E poi che fine avevano fatto? Ce n’erano altri oltre a Gabriel? Ma soprattutto, adesso cosa doveva fare lei? Questo avrebbe cambiato ciò che provava per lo strano giardiniere e che in fondo aveva provato dalla prima volta che lo aveva visto? E il fatto che fosse l’anima di un angelo cosa comportava nel concreto? Era una persona a tutti gli effetti? Poteva uscire di lì? E cosa rappresentava quel posto dove si trovavano?
« Per favore, siediti »
Le disse Gabriel ad un certo punto con voce rassicurante, cercando di riportarla al presente, indicando il posto accanto a lui sul divano:
« Dai, vieni qua, beviamoci una tazza di tè, ti va? »
Sara lo fissò come se avesse appena detto qualcosa di inconcepibile: lei voleva urlare, scappare, spaccare qualcosa e lui se ne stava lì calmo, come non fosse successo niente. Ma in effetti aveva una propria logica: Gabriel sapeva la verità da sempre, aspettava questo momento probabilmente da centinaia di anni, era più che normale che adesso fosse semplicemente felice, la sua attesa era finita, la Maledizione di Velden era stata finalmente spezzata. O forse no?
Si buttò di peso sul divano e lo fissò dritto negli occhi senza riuscire a dire niente, prese la tazza di tè che teneva in mano e bevve qualche sorso sospirando, per poi chiedere con tono preoccupato:
« E quindi? »
« E quindi cosa? »
Replicò Gabriel con sincera curiosità.
« E quindi ora che succede? Che si fa? Se è stata la Maledizione scagliata da Kari ad intrappolarti in quella statua, adesso che io l’ho ricordata e ci siamo ritrovati, non dovresti essere libero? Non dovresti tornare… tu? E io? Io che fine faccio? »
« Non lo so, non ho tutte le risposte che cerchi, ma so come possiamo scoprirle »
« La porta »
« Già, la porta »
Non aspettò neanche la conferma dell’uomo, era già in cammino verso quel simbolo sulla cartina che l’aveva ossessionata per tanto tempo: provare ad ottenere delle risposte era l’unico pensiero che in quel momento riuscisse a tranquillizzarla un po’.

Con il terrore che non si aprisse come l’ultima volta, Sara si appoggiò alla porta con tutto il corpo, con la guancia poteva sentire il freddo del legno dorato, con le mani gli angeli in rilievo su di essa. Sospirò, spinse piano e sentì qualcosa muoversi: il varco era aperto, poteva entrare di nuovo.
Si voltò verso Gabriel e lo guardò con aria interrogativa: adesso che lei sapeva tutto, lui sarebbe potuto entrare?
« Non sai quanto lo vorrei anche io, piccola umana »
Sussurrò l’uomo, con un rammarico colmo di dolcezza, finalmente poteva essere se stesso. La ragazza lo osservò per un po’ in silenzio, poi tornò indietro e lo strinse più forte che poteva: fino a quel momento si era preoccupata solo di se stessa, si era concentrata su ciò che sentiva lei e non si era messa mai neanche per un istante nei panni di quella povera anima che aveva vagato per anni da sola in attesa di qualcosa che forse non sarebbe mai avvenuto, di quell’angelo che era stato punito duramente per essersi affezionato ad un essere umano, per essersi affezionato… a lei. Adesso, per la prima volta, fra le sue braccia si sentiva come si sarebbe sentita Morgana fra le braccia di Jibrīl.
Si staccò lentamente da Gabriel e lo osservò arricciando la bocca in un tenero sorriso, adesso toccava a lei rassicurarlo, per quanto suonasse strano:
« Troverò delle risposte »
Sorrise anche lui e la lasciò andare con un gesto della mano.

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