16. Il Presidente

Quando finalmente le tolsero la benda dagli occhi, si guardò intorno infastidita dalla luce, ma riuscì lo stesso a capire che si trovava nel Palazzo del Potere. C’era già stata quella notte in cui aveva aiutato Jibrīl con il libro, ma questo ovviamente non avrebbe mai dovuto dirlo a nessuno. Il cuore le batteva così forte che si sentiva svenire, cosa volevano da lei? Perché l’avevano portata lì bendata? Avevano scoperto qualcosa? Era nei guai? …Erano nei guai?
« Le chiedo scusa per i modi bruschi usati dai miei Sottoposti, ma non avevamo scelta, nessun popolano può vedere ciò che qua è conservato, tanto meno una donna »
Morgana capì subito che l’uomo dalla lunga barba bianca e dall’aria severa che le stava parlando era il Presidente del Nuovo Comando e questo non era assolutamente positivo, perché avevano scomodato la più alta carica di Velden per parlare con lei? I Sottoposti erano tutt’intorno e scappare non le sarebbe stato possibile, ma poi avrebbe provato solo la sua colpevolezza così, quindi doveva costringersi a rimanere calma e scoprire cosa sapevano del piano di Jibrīl. Possibilmente senza dire niente di ciò che sapeva lei. Li guardò bene in faccia, quelle espressioni rigide e vuote la terrorizzavano.
« Si starà chiedendo come mai si trova qui adesso »
Continuò il Presidente e lei annuì, cercò di tranquillizzarsi facendo lunghi e profondi respiri, ma non funzionava poi molto, non le rimaneva che ascoltare e fingere al meglio.
« Ultimamente stanno succedendo delle cose, cose che solo un angelo potrebbe fare. Vede, non tutti gli angeli sono nostri amici, alcuni tramano contro di noi, alcuni non vogliono proteggerci, ma anzi bramano il nostro potere. Alcuni vogliono sostituirsi a noi, anche con la violenza e noi non possiamo permetterlo. Le sarà chiaro questo »
Morgana continuò ad annuire, facendo finta di credere a tutto ciò che le stava dicendo quell’uomo, che proseguì impassibile:
« Veniamo dunque al punto: lei conosce un angelo di nome Jibrīl? »
La ragazza sentì il sangue gelarsi nelle vene, avevano scoperto tutto? No, altrimenti non avrebbero perso tempo a parlare. Sospettavano di Jibrīl? Era in pericolo quindi? Doveva capirlo il prima possibile e per farlo doveva misurare ogni parola che avrebbe detto. Se adesso si trovava lì, proprio lei, era perché già sapevano del loro rapporto o parte di esso, quindi su questo non poteva mentire:
« Sì Presidente, conosco un angelo di nome Jibrīl, un giorno ha salvato la mia cavalla Sunrise che era rimasta incastrata in una roccia e mi sento debitrice con lui per questa gentilezza, così mi è capitato di intrattenere brevi conversazioni, non pensavo di andare contro alla Legge, chiedo umilmente venia, Signore »
Era stata convincente, in fondo questa non era una bugia o almeno non del tutto.
« Non è contro la Legge, ma tutto dipende da lei, Signorina »
« Da me, Signor Presidente? Cosa dipende da me? »
« Sì, quello che avverrà d’ora in poi, e mi permetta di essere chiaro e diretto, tutto ciò che le succederà dipenderà dalla parte in cui deciderà di stare »
« Temo di non riuscire a capire, Signore, sono solo un’umile popolana… »
« Angeli o umani? Lei da che parte vuole schierarsi nella guerra che è appena iniziata? »
« Guerra? Io… io… Oh, mio Dio, una guerra? »
Jibrīl le aveva parlato di una guerra fra angeli e umani che lui avrebbe scongiurato grazie a quel libro che le aveva chiesto di prendere… quindi non ci era riuscito? Il suo piano era fallito? La guerra sarebbe cominciata lo stesso? E magari proprio per colpa sua, pensò all’improvviso, preoccupata.
« Angeli o umani, le chiedo per l’ultima volta! »
Il Presidente alzò la voce e la sua espressione si fece rabbiosa, Morgana continuava a chiedersi se avesse fatto bene ad aiutare il suo angelo oppure avesse combinato un gran casino, ma doveva comunque uscire sana e salva di lì.
« Umani, ovviamente, io sono un’umana… una guerra… io… io che c’entro con tutto questo, Presidente? »
« L’angelo Jibrīl potrebbe essere informato su ciò che sta succedendo o addirittura essere coinvolto in prima persona. Se ci tiene alle persone a cui vuole bene, ai suoi familiari, ai suoi amici, ai suoi vicini, deve aiutarci a scoprire cosa sa. E badi bene che non è una minaccia, è solo la diretta conseguenza della guerra fra angeli e umani che sta per iniziare e che mieterà sicuramente molte vittime, lei ha la possibilità di impedirlo, o preferisce avere dei morti sulla coscienza? »
« Ma perché proprio io? Io non sono coraggiosa, non sono intelligente, io mi sono occupata dei miei cavalli per tutta la vita, non so fare altro, glielo assicuro! »
Era convincente, la sua disperazione era autentica, ma non certo per la paura della guerra in arrivo o del Presidente e dei suoi Sottoposti.
« Raramente un angelo fa amicizia con un essere umano, a lei pare sia successo, dobbiamo sfruttare questa cosa a nostro favore. Lei dovrà semplicemente approfondire la sua conoscenza con questo Jibrīl e farsi dire tutto ciò che sa, cercando di conquistare la sua fiducia ad ogni costo e con ogni mezzo. Lui non dovrà sospettare di nulla, intesi? »
Morgana non aveva scelta, doveva mostrarsi collaborativa o sarebbe stato peggio. Nella parte della ragazzina ingenua e fifona era stata credibile, si era guadagnata una possibilità, ma sapeva bene che non c’era da fidarsi di quell’essere senza scrupoli e di tutti quelli che gestivano il Potere a Velden insieme a lui. Aveva provato per tutto il tempo a metterla contro il suo angelo, ma alla fine si rendeva conto che non ci era riuscito neanche per un istante, lei non aveva tutte le risposte, ma sapeva che Jibrīl era un’anima pura e che non avrebbe mai fatto del male a nessuno o mentito, soprattutto a lei. Sentiva che c’era una spiegazione per tutto e voleva fidarsi solo di quel sentimento adesso.
Le misero nuovamente la benda sugli occhi e la spinsero fuori, la fecero salire su un carretto trainato da un cavallo, lo stesso con il quale l’avevano portata lì di forza poco prima e la scaricarono davanti alla porta di casa come fosse un sacco di patate.
Sentì il rumore degli zoccoli allontanarsi, si tolse la benda e rimase seduta a terra per un po’, triste, confusa e ancora incredula: era viva e questo era già un pensiero positivo, ma non sapeva per quanto ancora lo sarebbe stata. Doveva avvertire Jibrīl, doveva dirgli ciò che era successo, lui sicuramente avrebbe saputo cosa fare.
Entrò in casa e rimase a guardare la luna da dietro la finestra per qualche istante. Avrebbe voluto correre dall’angelo, ma non sapeva dove vivesse, si erano sempre visti al pascolo, lui non glielo aveva mai detto e lei non glielo aveva mai chiesto e così non rimaneva che aspettare il mattino seguente. Si voltò per andare in camera quando, con la coda dell’occhio, vide muoversi qualcosa nell’oscurità. Ne era certa: qualcuno era là fuori e la stava controllando. Solo al pensiero il suo cuore cominciò a battere all’impazzata. E adesso come avrebbe fatto a raccontare tutto a Jibrīl? Se veramente le avevano messo qualcuno alle calcagna per spiarla non se ne sarebbero andati la mattina seguente, sicuramente avevano l’ordine di riferire ogni sua mossa al Presidente, sicuramente era tutta una trappola per incastrare Jibrīl e lei non aveva la minima idea di come impedire tutto ciò. A costo di essere rinchiusa nelle segrete, non avrebbe mai permesso a nessuno di fare del male alla persona a cui teneva di più al mondo.
Se ne andò a letto, ma non riuscì a chiudere occhio. Si girava e si rigirava senza darsi pace, continuava a pensare ad una soluzione, ma niente di sensato le veniva alla mente, fino a quando si ricordò che gli angeli possono comunicare senza parlare. Le sarebbe bastato riuscire a toccargli una mano per avvertirlo della trappola, salutandolo innocentemente come fanno due amici, lui avrebbe capito e avrebbe trovato il mondo di risolvere questo problema. Valeva la pena tentare. E con questo pensiero finalmente riuscì ad addormentarsi.

La mattina successiva per prima cosa controllò la situazione dalla finestra senza farsi vedere e si accorse di un paio di figure nascoste nel bosco di fronte: non aveva più dubbi, la stavano sorvegliando, piuttosto goffamente fra l’altro. Così cercò di comportarsi come avrebbe fatto in una qualsiasi mattina della sua vita: fece colazione, si lavò, si vestì, uscì per radunare i cavalli e si incamminò per la strada nel bosco che portava al pascolo. Si obbligò a non voltarsi mai indietro per non far capire ai Sottoposti che la stavano inseguendo che erano stati scoperti, doveva sembrare più ingenua ed in buona fede possibile.
Vide Jibrīl vicino al fiume che stava facendo i soliti esercizi di ogni giorno. Se fosse stata una mattinata come un’altra lei si sarebbe limitata a sorridergli senza essere vista e avrebbe proseguito lungo la propria strada, in attesa di incontrarlo dopo al pascolo, ma questa volta non poteva aspettare, doveva metterlo al corrente di tutto, senza farsi scoprire da chi la stava seguendo, senza fare qualcosa di strano che potesse attirare la loro attenzione.
Gli si avvicinò piano, lui si voltò lentamente, lei sussurrò un timido saluto e l’angelo non ci mise molto a capire che qualcosa non andava, che Morgana era strana e che stava nascondendo qualcosa che la preoccupava, anche se stava sorridendo come sempre, i suoi occhi non sorridevano affatto. Ed ebbe la conferma quando la vide allungare la mano verso di lui, la ragazza sapeva che non era un tipo a cui piacesse essere toccato, se stava cercando di farlo aveva sicuramente degli ottimi motivi, quindi le afferrò la mano, la tirò a sé e l’abbracciò, come fanno gli umani quando sono amici, pensò. E in quel momento lei riuscì a raccontargli tutto, senza dire neanche una parola, quell’abbraccio durò pochi istanti, ma bastarono a Jibrīl per capire cosa stesse succedendo e per cercare di rassicurare Morgana che avrebbe trovato una soluzione per entrambi.
Si staccarono guardandosi negli occhi, dovevano far finta di niente, ma non era affatto semplice. Sapevano di essere osservati, sapevano di non dover fare passi falsi, ma oltre alla paura e alla preoccupazione adesso c’era anche l’emozione intensa di quell’abbraccio, che di amicizia aveva ben poco.
« A dopo »
Tagliò corto Jibrīl tornando ai suoi allenamenti, mentre la ragazza alzò una mano per salutarlo senza dire una parola e portò i cavalli al pascolo come ogni altra mattina, con un po’ meno paura nel cuore e qualche brivido in più sulla pelle.

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