15. Quella cosa delle nuvole

I cavalli se ne stavano tranquilli a pascolare, mentre Morgana non riusciva a leggere il suo libro: chissà quando sarebbe arrivato Jibrīl… chissà “se” sarebbe arrivato Jibrīl! In fondo era pur sempre un angelo e sicuramente aveva di meglio da fare che perdere tempo con una semplice umana, a maggior ragione adesso che aveva ottenuto le informazioni che gli servivano per salvare il mondo, o qualcosa del genere. Però era stato lui ad essersi offerto di passare e non le sembrava il tipo da fare promesse che non potessero essere mantenute.
Si sdraiò sul prato e iniziò a fissare le nuvole, cercando di trovare una forma ed una storia per ognuna, era un ottimo metodo per far passare il tempo quando non aveva voglia di fare niente e in ogni caso doveva pur sfogare in qualche modo tutta la fantasia che aveva. Chiuse gli occhi per un attimo e fu proprio in quel momento che sentì il rumore delle sue ali, lì riaprì lentamente e se lo trovò davanti. Per l’emozione esclamò con vocetta stupida:
« Eccoti! »
« Eccomi »
Rispose lui serio, ma sempre un po’ più complice, di questo iniziava ad essere certa.
Si misero entrambi seduti sotto il grande albero, in alto sulla collina, da lì la vista era suggestiva, l’orizzonte arrivava fino al fiume e poi c’era il vantaggio di poter tenere sempre sotto controllo i cavalli.
« Senti Jibrīl, ci stavo pensando proprio adesso. Sì, insomma, tu avrai mille cose più importanti da fare che stare qui a perdere tempo con me, no? Io non voglio essere un… »
« Un problema? Ancora con questa storia? Di cosa hai paura realmente, Morgana? »
« Paura? Io? Di cosa dovrei aver paura? »
Sbuffò, accennando un sorriso e cercando di mostrarsi sicura, con poco successo. Ma… l’aveva chiamata per nome!
« Quando ti ho chiesto quel favore ti ho anche detto che mi sarei sdebitato, mi hai già detto che non vuoi, ma so che un tuo grande desiderio è farmi delle domande. Sono qua, puoi farmele, eppure cerchi di allontanarmi, io non ti capisco »
« No che non voglio allontanarti! E’ solo che… »
La ragazza abbassò lo sguardo, cercando le parole giuste da dire e l’angelo cercò i suoi occhi per trovarle.
« E’ complicato? »
Concluse lui.
« E’ complicato »
Confermò lei, sentendosi in qualche modo a disagio.
« E se potessi renderlo più semplice? »
« Come? »
L’angelo allungò le mani verso il suo viso, appoggiò i palmi sulla sua fronte e la tirò a sé socchiudendo gli occhi. Quando li riaprì un’espressione strana gli si disegnò in faccia:
« Seriamente ti stai preoccupando per questo? Piccola, stupida umana! »
Era un sorriso, o almeno qualcosa che gli si avvicinava molto, il suo primo vero sorriso da quando lo aveva conosciuto. Ed era insolito quanto dolce.
« Non prendermi in giro! »
« Va bene. Allora vediamo, da cosa posso iniziare per parlarti di me e degli angeli? Dai tatuaggi? »
Morgana annuì, felice ed emozionata come una bambina.
« Avrai sicuramente capito da sola che non sono semplici tatuaggi »
« Certo, quando ieri sera hai fatto quella cosa, sì, insomma, l’incantesimo per fermare il tempo, sono diventati “vivi”, ho visto che cambiavano colore e si muovevano. Erano così affascinanti e straordinari che sono rimasta senza parole »
« Sono dei marchi, servono per riuscire a canalizzare l’energia necessaria per invocare gli incantesimi. Quando uso il mio potere cambiano, vanno a formare le parole che pronuncio nella lingua angelica e poi tornano nella posizione iniziale… »

Parlarono degli allenamenti, della meditazione, della lingua angelica, dei compiti degli angeli in generale e dei suoi in quel momento, dei rapporti fra angeli e umani nel passato e nel presente. Jibrīl gli raccontò di come tutto era iniziato a Velden, di quando erano arrivati gli angeli la prima volta per aiutare gli umani a mantenere la pace e delle regole scritte e non scritte, quelle di cui aveva accennato Kari .
La ragazza lo ascoltava rapita, ad ogni risposta seguiva un’altra domanda e ogni volta si stupiva della disponibilità dell’angelo: se ne stava lì, di fronte a lei, a parlare di tutto ciò che la incuriosiva e che lo riguardava, come fosse una cosa del tutto normale. La sensazione di disagio svanì ben presto, erano passate poche ore, eppure era come se si conoscessero da sempre e questa volta la magia angelica non c’entrava niente.
Anche Jibrīl ebbe la stessa sensazione: con Morgana sentiva un’affinità mai sentita prima con un essere umano, gli piaceva parlare con lei, era tutto insolitamente naturale, spontaneo e soprattutto interessante. Voleva rimanere lì ancora un po’ e quindi le chiese:
« E adesso che sai tutto di me, potresti dirmi qualcosa di te! »
« Di me? Ma non c’è niente da sapere su di me, non ho niente di interessante da raccontare… che ogni giorno porto i cavalli al pascolo lo sai, non c’è molto altro. E poi tu riesci a sapere tutto ciò che penso, quindi puoi risponderti da solo, no? »
« Piccola, stupida e pure crudele… »
Esclamò Jibrīl, mimando il gesto di chi sta riflettendo, ma era tutt’altro che adirato: per la prima volta in tutta la sua vita non sentiva il dovere di correre a riprendere i suoi allentamenti, stava bene lì, con Morgana, a parlare di tutto e di niente, a passare semplicemente del tempo. Così si sdraiò sull’erba guardando il cielo e quando la ragazza lo raggiunse, si voltò verso di lei e le chiese sottovoce:
« Com’è quella cosa che fai con le nuvole? »
Si guardarono negli occhi e sorrisero. Quello fu il primo di tanti pomeriggi passati assieme.

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