12. Jibrīl e Morgana

C’era questo piccolo e grazioso paesello di nome Velden, non so in quale luogo geografico fosse o in quale periodo storico si potrebbe collocare, ma sicuramente è successo tanti tanti anni fa, prima dell’elettricità, dei mezzi di trasporto e di tutte le comodità che ci sono adesso. C’erano diverse piccole case fatte di mattoni di argilla, alcuni tetti erano di legno e paglia, ogni casetta aveva un orticello e un pozzo dove prendere l’acqua. La natura era ancora ovunque. C’era un fiume dove si andavano a lavare i vestiti e gli animali erano liberi di pascolare nei campi verdeggianti tutt’intorno. Si aveva il tempo di stare a sentire il tiepido calore del sole sulla pelle, il profumo del pane appena sfornato e le risate dei bambini che giocavano a rincorrersi.
Era davvero un bel posto dove vivere: c’erano la calma, la serenità, la voglia di fare e di aiutare, la semplicità e il silenzio. E poi c’erano loro: gli angeli. Già, angeli ed essere umani convivevano in perfetta sintonia in questo luogo.

Uno di questi angeli si chiamava Jibrīl. Era alto e aveva un fisico asciutto, portava i lisci capelli corvini legati in una coda e sul corpo, in particolare sulla schiena, oltre a delle bellissime ali bianche, aveva dei tatuaggi incomprensibili, che parevano però avere qualche significato importante. Assumeva spesso un’espressione seria e pensierosa, sembrava sempre assorto a risolvere i problemi del mondo e forse davvero lo stava facendo. Ma se ogni tanto i suoi occhi color ghiaccio sorridevano, si voltava a destra e sinistra per assicurarsi che nessuno se ne fosse accorto, quasi come fosse una colpa e ritornava serio all’improvviso.
Il motivo di questi sorrisi proibiti aveva un nome ed anche un tenero faccino, quello di Morgana, una formosa ragazza dalla pelle di porcellana, dai capelli ricci color tramonto e dall’incontenibile voglia di vivere.

Jibrīl passava gran parte delle sue giornate ad allenarsi, era un angelo guerriero ed era incaricato di proteggere il paese insieme ad altri angeli, anche se fortunatamente le minacce esterne erano sempre state finora di poco conto. Trascorreva le restanti ore a meditare nei boschi, quegli stessi boschi che Morgana attraversava ogni giorno con i suoi cavalli per portarli a pascolare nelle verdi colline che si trovavano a nord. E così un giorno si videro di sfuggita, involontariamente si ritrovarono ad osservarsi in silenzio per qualche istante, poi lei abbassò lo sguardo arrossendo e lui si voltò di scatto, come non fosse successo niente. Ma qualcosa era successo, le loro anime si erano trovate e questo non avrebbero potuto ignorarlo per molto.

Morgana decise di portare i cavalli al pascolo sempre alla stessa ora, anche se la puntualità non era mai stata il suo forte e Jibrīl, oltre a meditare, aveva spostato i suoi allenamenti con la spada nei boschi. Lei passava e si soffermava a guardarlo, trovava curioso che a tutti quei muscoli corrispondesse un viso dai lineamenti così delicati ed era affascinata dai suoi movimenti lenti e controllati. Avrebbe tanto voluto chiedergli di spiegarle tutto ciò che sapeva, perché era certa che gli angeli avessero conoscenze enormi ed ignote agli esseri umani e lei era curiosa, così curiosa da desiderare di conoscere le risposte a tutti i perché del mondo.
Lui invece faceva finta di non accorgersi della sua presenza, continuava impassibile con le proprie preghiere, con le posizioni e con gli esercizi, ma percepiva su di sé lo sguardo della ragazza e questo gli procurava un piacere fino a quel momento sconosciuto. Un piacere che non aveva nessuna intenzione, però, di approfondire. Così lei proseguiva con i suoi cavalli e la sua vita, aspettando impaziente il giorno successivo per quel momento di tenera routine.

Quella mattina sembrava esattamente come tutte le precedenti: Morgana con i suoi cavalli diretti al pascolo e Jibrīl seduto vicino al fiume a meditare, lei che si soffermava a guardarlo per qualche istante e lui che sembrava ignorarla, la ragazza che riprendeva la sua strada sorridendo per quel niente e l’angelo che cercava di concentrarsi sui suoi esercizi, sapendo benissimo che a lui non erano concessi futili pensieri.
Quella mattina sarebbe andato tutto nello stesso identico modo se l’angelo non avesse sentito in lontananza le grida disperate di Morgana che chiedeva aiuto. Uno dei suoi compiti era proteggere gli esseri umani ed era piuttosto certo che la ragazza in quel momento avesse bisogno del suo intervento, quindi mise da parte le proprie mansioni giornaliere e spiccò il volo verso di lei.
La trovò con gli occhi pieni di lacrime e tremante, i suoi cavalli le rimanevano intorno a debita distanza, mentre lei stava cercando di tirare verso di sé una povera puledra rimasta incastrata con la zampa in una spaccatura nella roccia sul bordo della strada, aveva cercato di allargare la fessura con le mani, senza ottenere però il minimo risultato se non quello di far sanguinare le proprie dita e la giovane cavalla aveva cominciato così a scalciare e nitrire, facendola andare nel panico.
Allora l’angelo si avvicinò e fece cenno alla ragazza di allontanarsi, senza dire niente. Lei sentì immediatamente il cuore più leggero, perché era certa che lui avrebbe saputo cosa fare, avrebbe salvato la sua Sunrise e così si allontanò sospirando, asciugandosi il viso con la manica del vestito. Jibrīl appoggiò la mano sulla zampa incastrata e dolorante della puledra, con l’altra mano cominciò ad accarezzarla lentamente per farla tranquillizzare e in qualche modo ci riuscì, Sunrise smise di scalciare e dimenarsi e piano piano la roccia intorno allo zoccolo cominciò a sgretolarsi. L’animale riuscì così a tirar via la zampa dal crepaccio, nitrendo di soddisfazione e l’angelo si premurò di guarirle la contusione semplicemente sfiorandola e sussurrando qualcosa di incomprensibile.
Morgana rimase incantata da tutto ciò a cui aveva appena assistito, sapeva che gli angeli potevano fare cose “strane”, ma non lo aveva mai visto con i propri occhi, era rimasta letteralmente senza parole. Provò ad accennare un timido sorriso di ringraziamento, mentre accarezzava Sunrise per assicurarsi che stesse bene e solo in quel momento Jibrīl notò le ferite sulle sue dita, le si avvicinò e le fasciò la mano con un lembo di stoffa tirato fuori da una specie di sacco che si portava sempre appresso. Non disse una parola e non la guardò mai negli occhi, lei si sentì sprofondare per quel contatto e non riuscì a dire e fare niente, anche se la sua mente sfornava pensieri ad una velocità ed una stupidità estreme: perché aveva guarito Sunrise e medicato lei? Abbassò involontariamente lo sguardo sentendosi una perfetta imbranata, l’angelo si alzò da terra e la osservò per qualche istante, la sua espressione seria e pensierosa mutò forse impercettibilmente prima di voltarsi per tornare, volando, ai suoi allenamenti.
La ragazza riprese il suo tragitto verso il pascolo, pensando al fatto che avesse finalmente avuto l’occasione per conoscerlo e se la fosse lasciata scappare per timidezza e a quanto fosse stata maleducata a non averlo neanche ringraziato per il suo preziosissimo aiuto. Si accarezzò la mano fasciata, quella mano che il “suo” angelo aveva appena stretto fra le proprie e all’improvviso le venne in mente come avrebbe potuto rimediare.

La mattina successiva, invece di soffermarsi ad osservarlo come ogni altra mattina, si avvicinò verso di lui lentamente, in silenzio, cercando di non disturbarlo e gli lasciò qualcosa a terra, per poi tornare dai suoi cavalli. Appena Jibrīl finì quello che stava facendo, si voltò incuriosito verso l’oggetto lasciato dalla ragazza e notò che era semplicemente la benda con cui l’aveva fasciata il giorno precedente, pulita e profumata, così fece per rimetterla al suo posto, quando notò un piccolo foglietto sbucare. C’era scritto solamente: “Grazie per il tuo prezioso aiuto, Morgana e Sunrise”, sorrise. Adesso conosceva il suo nome.

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