11. Come crederci ancora

Si incamminarono giù per le scale, lei si era portata una torcia questa volta e non fu un problema raggiungere la stanza.
« Non entrerai con me neanche questa volta? »
Gli chiese già sapendo la risposta e lui si limitò a confermarle frettolosamente che non poteva, senza spiegarle il motivo. Ne rimase lo stesso delusa, si voltò e si avvicinò alla porta senza aggiungere altro. Fece per aprirla, quando sentì lo strano giardiniere afferrarla per una mano e costringerla a voltarsi, chiedendole poi sottovoce, come preoccupato che qualcuno potesse sentirlo:
« Veramente ti ha… sì insomma, veramente hai sentito la sua voce? »
« Perché me lo chiedi come fosse possibile? È una statua di pietra, come fa a parlare? Tu sai qualcosa che io non so, vero? E allora dimmelo, perché io sto diventando matta! »
Rispose lei alzando sempre più la voce, per poi riprendere il controllo. Lui ignorò la domanda e continuò con un filo di voce, guardando il vuoto dietro di lei:
« E poi ti… poi ti ha abbracciata… »
Non era una domanda, ormai stava parlando fra sé e sé, come fosse assente, imprigionato anche lui nei suoi pensieri. Era la prima volta, in effetti, che lo vedeva assumere un’espressione fuori controllo, quella era la prima vera emozione che gli aveva visto provare da quando si erano conosciuti e questo le lasciava una sensazione strana addosso: chi era veramente? O, a questo punto, cosa era veramente? Così le fu ancora più chiaro che trovare quelle risposte era davvero l’unico modo per prendere una decisione e riuscire a stare finalmente bene. In qualche modo tutto era collegato all’angelo dentro quella stanza, doveva tornarci assolutamente.

Però la porta non si aprì. Ci provò più e più volte, ma non si spostò di un centimetro, allora provò a buttarsi di peso e l’unica cosa che ottenne fu di farsi male ad una spalla. Solo in quell’istante lo strano giardiniere tornò ad essere lo strano giardiniere di sempre e con tono di voce indefinito sentenziò:
« Non si aprirà »
La ragazza rimase perplessa, delusa ed incredula. Ci riprovò lo stesso, ma capì subito che era vero: quella porta non si sarebbe aperta. Rimase a fissarla per interminabili istanti, poi si voltò e chiese con un filo di sgomento nella voce:
« Perché? Perché non si apre? Tu lo sai, devi dirmelo! Perché non si apre! »
« Lo sai anche tu il perché »
Questa volta il suo tono era tornato rassicurante, le fece piacere, ma rimaneva il fatto che lei non capisse a cosa si stesse riferendo, lo guardò interrogativamente e così lui la indirizzò:
« Lo sai cosa è cambiato dall’ultima volta. Lo sai, perché lo hai detto anche a me »
La giovane iniziò allora a camminare nervosamente avanti e indietro, cercava di riflettere, si sforzava di capire cosa fosse effettivamente cambiato dall’ultima volta che era entrata. Ebbe la sensazione di esserci vicina, ma non riusciva ad afferrare la risposta. Appoggiò la fronte al muro e tirò un pugno ad un mattone, ferendosi alla mano, si voltò per osservare la piccola gocciolina di sangue che stava scendendo giù lungo il polso e si ricordò di quando si era ferita uscendo di corsa dal buco nel muro: di quanto avesse avuto paura quella volta di non poterci tornare più, di quanto volesse scoprire cosa significasse il simbolo sulla cartina, di quanto… di quanto ci credesse.
Allungò lo sguardo oltre la sua mano e vide l’uomo che se ne rimaneva fermo appoggiato alla parete vicino a lei, senza dire assolutamente niente. Non aveva detto niente neanche quando si era fatta male, era presente ma impassibile e questo la feriva più del pugno dato al muro o della spallata data alla porta, ma in fondo era comprensibile, visto che lei gli aveva detto di non credere nella sua esistenza. Sentendo lo sguardo della ragazza su di sé si voltò lentamente verso di lei, aspettando con irritante calma di sentire cosa avesse da dire.
Ma lei non pronunciò niente, abbassò lo sguardo e si incamminò verso l’uscita. Si aspettava, più o meno inconsciamente, che lui la fermasse e invece si limitò a seguirla adagio, sperava che le dicesse almeno qualcosa di incoraggiante, ma non lo fece, neanche una parola. Si obbligò per tutto il tempo a non voltarsi, era confusa, arrabbiata, si sentiva persino colpevole ed era infuriata: ce l’aveva con lui perché la stava lasciando andare come se non contasse più niente e ce l’aveva con sé stessa perché aveva rovinato tutto, stava abbandonando tutto ciò in cui aveva creduto da sempre. Adesso non capiva neanche chi fosse lei in realtà, si sentiva come se stesse seppellendo la vera sé stessa per inseguire una rassicurante normalità.

Che fosse quella la fine dell’avventura? Forse non c’era mai stato niente da scoprire o da capire, forse doveva semplicemente andare così. Doveva lasciare andare quel posto, doveva dire addio allo strano giardiniere, non avrebbe dovuto pensarci più e non sarebbe stato facile.
Ci aveva provato a trovare un senso a tutta questa storia, ma aveva promesso a se stessa che se fosse andata male questa volta avrebbe lasciato perdere e per quanto doloroso fosse per lei lasciar perdere, era quello il momento di farlo.
Così, arrivata all’apertura, si voltò verso di lui con gli occhi colmi di lacrime pronte a scendere e un nodo in gola che le impediva di parlare. Era sicura di trovarlo alle sue spalle, perché ne aveva sentito i passi per tutto il tragitto, la stava accompagnando all’uscita per l’ultima volta. Il pensiero la fece singhiozzare e così l’uomo provò ad avvicinarsi per consolarla, ma lei non voleva essere consolata, voleva solo che non le rendesse così difficile separarsi da lui e così indietreggiò fino a rimanere con le spalle al muro. Lui continuò lo stesso ad avanzare verso di lei, poi si fermò a pochi centimetri dal suo corpo e allungò le braccia lentamente verso il suo viso fino a sfiorarlo. Quando la ragazza avvertì il calore di quelle mani sulle proprie guance si sentì esplodere il cuore in petto ed ogni buon proposito andò immediatamente in fumo: gli buttò le braccia al petto e si lasciò abbracciare più forte che poteva, accorgendosi così che non aveva più neanche la forza e la voglia di piangere.
« Vuoi veramente andartene per sempre? »
Le sussurrò lo strano giardiniere all’orecchio, senza smettere di stringerla forte a sé e si abbassò un po’ verso di lei per darle un tenero bacio sulla fronte. Lei in quell’istante alzò lo sguardo, voleva vedere quei bellissimi occhi azzurri da vicino per l’ultima volta e si ritrovarono così con le labbra vicinissime, si sentì come paralizzata da una forte emozione e per la prima volta si rese davvero conto di quanto lo desiderasse con tutta sé stessa, senza se e senza ma. Si baciarono così, appoggiati a quel varco, che certamente in quel momento non era intenzionata ad attraversare.

Rimasero lì, vicini e in silenzio per qualche minuto. Lei non riusciva a smettere di guardarlo sognante negli occhi e lui continuava ad accarezzarle il viso, con un’espressione incredula ed estasiata allo stesso tempo.
« Quindi, sì, insomma… veramente ti chiami Gabriel? »
Chiese all’improvviso la ragazza, abbassando lo sguardo appena sentì le guance farsi rosse per l’imbarazzo e sorrise di nascosto.
« Sì, certo… »
Rispose l’uomo e non riuscì a soffocare una risata, così lei continuò falsamente indispettita:
« Perché ridi? Che c’è di divertente? »
« Di tutte le cose che potevi pensare in questo momento, trovo buffo che tu ti stia preoccupando di come potermi chiamare… insomma, dopo tutto questo tempo e dopo tutti i nomignoli che mi hai dato! »
« Te ne ho dato uno solo! Ma non sono più molto convinta che tu sia un giardiniere… »
« … ma almeno ora sei convinta che io esista davvero? »
« È per questo che mi hai baciata? »
Chiese la ragazza diventando seria all’improvviso.
« Ti ho baciata perché volevo farlo »
E calò il silenzio per qualche istante. Lui indietreggiò di qualche passo e lei cercò qualcosa da dire per non ricominciare a pensare, per non rovinare quel bel momento:
« Io comunque mi chiamo Sara »
Lui sorrise di nuovo, ma con dolcezza e lei aggiunse:
« Lo sapevi, vero? Beh, allora se conosci sempre tutte le risposte, adesso mi potrai anche dire che dobbiamo fare… »
« Tu cosa vuoi fare? »
Un’altra manciata di secondi di silenzio, per cercare di trovare un senso a tutti i pensieri confusi che aveva in testa e poi si limitò a rispondere con l’unica certezza che avesse in quel momento:
« Io voglio te »
A quel punto lui si avvicinò ancora e la tirò a sé, l’abbracciò e le baciò i capelli con tenerezza, poi aggiunse:
« Se sei sicura di voler stare con me l’unica cosa da fare è riuscire ad aprire quella porta e per farlo tu devi tornare a crederci come ci credevi prima… credere agli angeli, credere alle tue visioni, credere in me e soprattutto credere in te stessa. Se continui a dubitare di ciò che senti, niente di tutto questo sarà mai reale »
« Ma io sono confusa, ho mille domande in testa e nessuna risposta. È brutto pensare di essere pazzi, sai? Se ragiono con la testa niente di tutto ciò ha senso, ma se mi concentro su ciò che provo, beh, la questione è diversa… io però non so come fare a capire in cosa credo, non so cosa devo fare adesso e non so se riuscirò mai a tornare quella di prima. In questi mesi sono successe tante cose, credo di essere cambiata… »
A quel punto lui le spostò i capelli dal collo, le infilò due dita nella scollatura del vestito e tirò fuori la sua collanina andando a colpo sicuro: non aveva avuto dubbi, infatti, che il ciondolo a forma di angelo da cui lei non si separava mai fosse ancora lì. Non aveva mai smesso di crederci davvero, non si era disfatta del suo angelo custode, quindi c’era ancora speranza:
« Affrontiamo un problema alla volta: tu credi in me? »
Sara annuì d’istinto, sentendosi per qualche motivo rassicurata dal fatto che Gabriel avesse visto il ciondolo e che lui adesso avesse un piano da seguire:
« Bene, allora ora dobbiamo trovare un modo per farti riprovare ciò che provavi prima quando eri così motivata ad entrare in quella stanza. E non devi semplicemente desiderare di tornarci, devi essere pronta ad accogliere ciò che ci troverai, senza aver paura e senza fuggire, senza razionalizzare qualsiasi cosa, senza il bisogno di cercare una spiegazione logica. Pensi che sia possibile? »
« Credo che potrebbe esserlo, ma non saprei proprio da dove iniziare »
« Io un’idea ce l’ho: hai detto di essere tornata qua, dopo tutto questo tempo, perché hai fatto ancora quei sogni ed erano persino più realistici che in passato. Hai detto che ora conosci la storia di quell’angelo. In questo momento non sai cosa significhi, non comprendi se siano solo sogni che hai fatto e che ti sei magari convinta fossero speciali e diversi, ma di fatto conosci quella storia e se magari tu la rivivessi raccontandola ad alta voce, sì, insomma, se tu me ne parlassi, probabilmente ti aiuterebbe a comprendere cosa provi a riguardo… »
« Tu vuoi rimanere ad ascoltare tutti i sogni che ho fatto? »
« Certo, se ti può aiutare ad aprire quella porta sì »
« Ma perché vuoi aiutarmi, io non capisco cosa c’entri tu con quell’angelo, con quella stanza e… »
All’improvviso notò l’espressione tesa dell’uomo e comprese che non era stata affatto gentile a criticarlo perché stava cercando di aiutarla, anche se era più che convinta che lui c’entrasse eccome con quell’angelo. Che fosse solo con la statua o con quello dei suoi sogni ancora non lo sapeva, ma lui conosceva le risposte e per qualche motivo ancora ignoto, non gliele voleva dire o forse… forse voleva che ci arrivasse da sola. Magari non voleva influenzarla, ma desiderava sinceramente aiutarla. Allora avrebbe accettato il suo sostegno, avrebbe creduto in lui, sperando che servisse a qualcosa:
« Scusami, davvero, non volevo aggredirti, è solo che… sì, insomma lo sai. Però credo che la tua idea possa funzionare e in ogni caso sarà sempre meglio che stare qua a fare niente, no? »
« Allora seguimi »
Tagliò corto l’uomo e si incamminò in una direzione dove lei ancora non era stata. Ma la ragazza ormai era impaziente di sapere almeno questo:
« Seguirti dove? Dove stiamo andando? »
« Dall’altra parte, adiacente alla chiesa principale, c’è una stanzetta… »
« … Ma allora è vero che vivi qui! »
Lo interruppe con tono canzonatorio e quando se ne rese conto si sentì mortificata e chiese nuovamente scusa con lo sguardo, così lui proseguì a spiegare tirando dritto:
« È una stanzetta che probabilmente adoperava il Parroco anni fa, ma adesso non la utilizza più nessuno e io la uso un po’ come magazzino e un po’ per le mie pause. È solo un posto comodo dove stare in pace, possiamo accendere il fuoco e farci un tè… ma ovviamente se preferisci sederti su una panchina del parco, per me non c’è assolutamente nessun problema. Decidi tu »
Così la ragazza osservò un po’ il cielo che cominciava a farsi nuvoloso e pensò che in fondo non le dispiaceva per niente l’idea di starsene a parlare con Gabriel accanto al fuoco, bevendo qualcosa di caldo e quindi annuì arricciando gli angoli della bocca, senza dire altro.
Arrivarono così in silenzio alla chiesa, entrarono nel locale e l’uomo accese il camino come promesso. Sara si mise seduta sul divano e osservò per un po’ quella stanza: la prima cosa che notò è che fosse pulita e confortevole, anche se piuttosto spartana, in un angolo c’era un bagno, all’entrata una piccola cucina con l’essenziale, nessun oggetto di valore o ornamento, ma qualche libro piuttosto vecchio appoggiato sulle mensole e qualche candela. Probabilmente uno come Gabriel avrebbe potuto benissimo vivere anche lì, ma non glielo disse per non indispettirlo.
Quando il fuoco cominciò a scaldare, l’uomo mise sulla fiamma un pentolino con l’acqua per il tè, accese qualche candela sul tavolo accanto al divano e si mise a sedere accanto alla ragazza, invitandola ad iniziare il racconto quando se la fosse sentita.

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