10. Lo sai

Nell’anno appena trascorso la sua vita aveva ricominciato ad andare nel verso giusto: aveva fatto nuove conoscenze, trovato un lavoro che le piacesse, aveva ripreso gli studi, lo sport e aveva viaggiato molto. Si era concentrata su sé stessa ed era soddisfatta della serenità raggiunta, le ferite piano piano si stavano rimarginando.

Ma adesso era di nuovo lì, ferma dietro agli alberi che l’avevano nascosta quando aveva aperto quel varco mesi prima e che, con stupore, aveva trovato ancora aperto. Sentiva anche questa volta il cuore battere forte, le mani gelate e le gambe impietrite. Rimase per qualche attimo immobile, con il respiro sempre più affannato, a fissare quel buco e poi con le mani si mise nuovamente in ordine il vestitino nero di pizzo e velluto che indossava, lo stesso che aveva messo la prima volta.
Se aveva deciso di tornare era solo perché aveva ricominciato a fare quei sogni realistici che non faceva più da tanti anni, quelli che le facevano sentire la mancanza di qualcosa, la nostalgia di ciò che non ricordava. Solo che adesso ricordava, adesso sapeva perfettamente la storia che volevano raccontarle. In questo lungo periodo lontana dal suo paradiso nascosto aveva avuto delle visioni che erano come pezzi sparsi di un puzzle, ma adesso che il puzzle finalmente aveva preso forma voleva chiudere la questione una volta per tutte.

Così entrò di nuovo in quell’apertura ed era ancora tutto come l’aveva lasciato: il porticato color acquamarina, il ciottolato bianco, i cespugli di piccole profumate rose rosa, la fontana, la scalinata e i suoi angeli… quanto le erano mancate quelle statue!
Non vedeva lo strano giardiniere ed in fondo era quello che temeva, però si era ripromessa di andare fino in fondo anche senza di lui. Voleva tornare in quella stanza, quindi prima di tutto doveva sforzarsi di ritrovare la strada, ma non era semplice mancando di senso dell’orientamento, così pensò che la cosa più saggia da fare fosse ripartire dal porticato, ripercorrendo i passi fatti dietro all’uomo l’ultima volta che era stata lì, il giorno più brutto della sua vita.
Arrivò agli scalini dove si erano fermati a parlare, quando lui le aveva detto che sarebbe arrivato il sole anche per lei e che avrebbero potuto aspettarlo insieme e lei gli aveva chiesto se fosse lui il suo angelo custode… ma allora dove era adesso? Perché non era lì con lei?
Riconobbe il posto dove si era inginocchiata quando gli aveva fatto vedere il tatuaggio sul braccio e da lì si orientò per un po’ attraverso i sentieri con le statue degli angeli, che erano l’unica cosa che ricordava bene. Arrivò al porticato successivo abbastanza facilmente, ma quando incontrò diverse botole sul pavimento non seppe quale aprire e si sentì persa: non era tornata lì per sbagliare e ritrovarsi magari in qualche tomba piena di ragni, ma l’unico modo per proseguire era andare a caso.
Così provò ad alzare la prima botola, ma niente, non si apriva. Provò la seconda, la terza e chissà quante altre per diversi minuti. Ormai era quasi convinta di aver sbagliato totalmente posto, ma l’ultima botola, al contrario, si aprì all’improvviso e lei si sbilanciò all’indietro, cadendo rovinosamente a terra e facendosi male al fondoschiena. Avrebbe voluto piangere per il dolore, ma si sforzò di trattenersi mordendosi le labbra, doveva rialzarsi, farsi coraggio e andare a vedere dove portavano quelle scale.
Si alzò di scatto e le girò la testa per qualche istante, così perse momentaneamente l’equilibrio ma non cadde di nuovo, perché qualcuno da dietro la sorresse. Rimase immobile e si trattenne dal voltarsi, sapeva esattamente chi fosse, ma non sapeva come reagire, non sapeva cosa dire e neanche cosa pensare. Così lo strano giardiniere, leggendole nella mente come aveva sempre fatto, l’abbracciò da dietro e la tirò vicino a sé, poggiandole le labbra sui capelli, in un tenero gesto di affetto. Se non era reale come mai era così piacevole? Come mai sentiva la forza dei suoi muscoli, il suo profumo, il suo calore, come era possibile inventarsi tutto questo? Si chiese.
Si voltò di scatto ed i suoi occhi tradirono l’emozione di rivederlo dopo tutto quel tempo facendosi umidi, avrebbe voluto domandarlo direttamente a lui se fosse stato reale o meno, ma d’altro canto se fosse stato frutto della propria immaginazione avrebbe comunque potuto mentirle. Così continuò a guardarlo senza dire una parola.
« Perché pensi che io non sia reale? »
Andò al sodo l’uomo, all’improvviso e con un filo di rammarico nella voce, interrompendo quel silenzio assordante. Poi prendendo le mani della ragazza e portandosele al petto, continuò, con tono rassicurante:
« Riesci a sentirlo? Lo senti il mio cuore che batte? Pensi che riusciresti ad immaginarti anche questo? Eh? »
Lei per un po’ rimase in silenzio, si limitò a guardare il pavimento in lontananza. Poi tolse le mani da lì e si allontanò di qualche passo, trovando il coraggio di guardarlo dritto negli occhi:
« Io non lo so… Io non so più cosa sia reale… »
Quanto le erano mancati quegli occhi! Pensò, aggiungendo poi con la rabbia di chi non riusciva a spiegarsi niente di ciò che stava vivendo e provando:
« Cioè dai, ti sembra possibile che una persona possa leggere nel pensiero? Non mi conosci, eppure sai sempre ciò che penso… non è normale! Non può essere reale! E poi questo posto che nessuno conosce? Non c’è nessuno, solo tu, eppure sembra un paradiso. E… e… e l’angelo in quella stanza? Ti pare possibile che riesca a parlarmi? È una statua, cazzo! Le statue non ti parlano e tanto meno ti abbracciano… »
« Allora perché sei qui? »
Tagliò corto lui, alzando leggermente la voce, ma ricomponendosi subito. La giovane avrebbe voluto rispondergli che tanto lo sapeva perché si trovava lì in quel momento e che era inutile perdere tempo a spiegare, ma poi si rese conto che non era affatto superfluo, lei aveva bisogno di dirlo ad alta voce a qualcuno, aveva bisogno di ascoltarlo con le proprie orecchie, pur assurdo che potesse essere:
« Quando ho deciso che non sarei mai più ritornata qui ho ricominciato a sognare, questa volta però non li ho fatti dormendo i sogni, li ho avuti da sveglia. Ogni tanto ho come dei flash, vedo delle scene che non posso capire prese da sole, ma una dopo l’altra si è rivelata una trama. E non è esatto dire che le vedo, in realtà le vivo in prima persona, come se fossi lì. Anni fa facevo questi sogni, ma era diverso, ora è come se sognassi ad occhi aperti, però ne sono consapevole, li ricordo… sembrano ricordi molto nitidi. Adesso conosco la storia di quell’angelo, adesso so cosa gli è successo… anche se ancora non capisco cosa c’entri io in tutta questa faccenda »
Finalmente si era sfogata, finalmente si era tolta un macigno dal petto e si sentiva più leggera. Voleva solo arrendersi in quel momento: smetterla con le domande a cui non riusciva a rispondere, con i pensieri confusi e con la vita fuori da lì, avrebbe tanto voluto arrendersi a lui e a quello che provava per lui.
Così rimase lì a fissarlo, sperando che fosse l’altro a dire qualcosa, ma lui la guardava impassibile. Allora gli si avvicinò di nuovo adagio e gli poggiò la testa sul petto, sospirando e sperando che non l’allontanasse. E lui non lo fece, le lasciò del tempo, poi con una mano cominciò lentamente ad accarezzarle i capelli, mentre con l’altra le cingeva le spalle. La ragazza lo sentiva adesso, sentiva il suo cuore battere e sembrava la cosa più reale che avesse mai sentito e quando si fu tranquillizzata l’uomo le sussurrò dolcemente in un orecchio:
« Andiamo? »
« Dove dobbiamo andare? »
Chiese lei d’istinto, senza muoversi di un centimetro.
« Lo sai… »
Ed era vero, questa volta lo sapeva.

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