09. La stanza dei ricordi

Fu invasa da una luce accecante e per qualche istante fu costretta a ripararsi con le mani gli occhi, ancora sensibili a causa della penombra fuori da lì. Era assurdo, pensò, che laggiù sottoterra potessero arrivare tutti quei raggi solari. Quindi incuriosita osservò il soffitto per vedere se fossero presenti dei lampadari, non era molto probabile in realtà, ma almeno sarebbe stato qualcosa di razionale a cui appigliarsi. Niente, non riusciva a vedere né lucernari, né lampadari, né le botole di ferro battuto come nel passaggio che l’aveva portata lì, il soffitto presentava solo un bellissimo affresco avente come protagonisti ancora angeli. Era come se quella luce fosse parte della stanza stessa e questo la inquietava, ma alla fine si convinse che sicuramente ci doveva essere una spiegazione che semplicemente lei in quel momento non riusciva a cogliere.
Abbassò lo sguardo e cercò di osservare bene tutto il resto, in cerca di ancora non sapeva cosa: c’erano delle lastre di roccia calcarea blu alle pareti, intervallate da grandi colonne di marmo bianco, come quelle che si trovavano all’esterno. Il pavimento era di un bianco candido e ai lati si scorgevano delle panchine di legno, come quelle che si trovano nelle chiese e infatti, andando più in lontananza con lo sguardo, si accorse che alla fine delle panchine si trovava anche una specie di altare, semplice, di pietra, senza ornamenti o decorazioni alcune.
E a quel punto notò, dietro l’altare, un maestoso angelo di pietra bianca levigata e si sentì pervadere da un’emozione profonda, sentì il calore sulle guance e si chiese se fosse lì per lui. Quindi si avvicinò a piccoli passi cercando di non fare rumore, nessuno avrebbe potuto sentirla laggiù ovviamente, ma lei continuava ad avere una sorta di reverenziale rispetto per quel posto, per gli angeli, per le sue strane fantasie. Quando fu vicina a quella statua e riuscì a scorgerne anche i piccoli particolari, non poté fare a meno di sentire i brividi attraversarle tutto il corpo. Sentì il sudore freddo sulla pelle, si avvicinò ancora fino quasi a sfiorarla e fu un sentimento di incredulità a prevalere: non era possibile, non aveva senso, eppure l’angelo della statua era esattamente lo stesso angelo del suo tatuaggio! Si alzò la manica del vestito e controllò, anche se non ne aveva bisogno perché conosceva benissimo quel disegno, ma non riusciva a capire e voleva trovare una spiegazione a questa assurda coincidenza.
Tornò indietro con i pensieri fino al giorno in cui portò il disegno di quell’angelo al tatuatore e lui fu bravissimo a realizzarlo esattamente come lei voleva. In realtà era un ritratto che aveva tirato fuori dai propri sogni, non una figura copiata da qualche parte.
Rimase ancora immobile e confusa per un po’, non sapeva che fare, non capiva perché lo strano giardiniere non fosse voluto entrare con lei, però adesso capiva perché aveva avuto quella reazione stupita quando lei gli aveva fatto vedere il tatuaggio, non era possibile che non si fosse reso conto dell’incredibile somiglianza e solo allora infatti si era deciso a portarla lì… ma perché? Lui sapeva cosa c’era in quella stanza, conosceva quindi quell’angelo? Cioè quella scultura, voleva dire. Glielo avrebbe chiesto appena uscita da lì.

Il viso della statua aveva un’espressione spaventata e addolorata, chissà cosa aveva dovuto passare, si chiese. Teneva le braccia aperte e tese davanti a sé, come in cerca di qualcuno o qualcosa, come in cerca di un abbraccio, concluse. E così ripensò agli abbracci del perfetto sconosciuto che adesso la stava aspettando fuori da quella stanza, pensò a quanto l’avessero fatta stare bene, a quanto fossero piacevoli e rassicuranti e quanto fosse assurdo provare qualcosa di così bello per una persona di cui non sapeva assolutamente niente. Era come se si conoscessero da sempre, ma non si erano mai visti prima che lei decidesse di entrare a curiosare in quel posto. Forse è questo l’amore, si domandò un po’ ingenuamente, ma non aveva mai creduto ai colpi di fulmine e scosse la testa dandosi della scema.
E tutto ad un tratto si accorse che più si avvicinava a quell’angelo di pietra e più si sentiva attratta da lui, letteralmente attratta, come se una forza invisibile la stesse attirando. Pensò che fosse solo suggestione e continuò a studiarlo attentamente: aveva lunghi capelli lisci che scendevano fino a metà schiena, un viso dai lineamenti delicati che non contrastava affatto con un corpo atletico e proporzionato. Poi la sua attenzione cadde sulle mani, teneva i palmi rivolti verso l’alto, come se stesse aspettando che altre mani lo afferrassero.
Lo fissò dritto negli occhi aspettando una risposta, aspettando di capire cosa dovesse fare arrivati a questo punto e dentro si sentiva sempre più impaziente. Si ricordò inaspettatamente del motivo per cui aveva deciso di tatuarsi quel disegno e allora le fu chiaro che non poteva essere una coincidenza, che per quanto assurda fosse la cosa solo quell’angelo aveva le risposte che lei stava cercando da tutta la vita. Così assecondò il suo istinto e allungò il braccio, esitò, guardò il polsino che nascondeva la ferita e si fece coraggio appoggiando timidamente la mano su quella della statua, chiuse gli occhi sospirando.

All’improvviso non sentì più niente, nessuna domanda, nessuna paura, non sentiva più il cuore pesante e le tempie che pulsavano, non sentiva più il freddo sulla pelle, c’era solo un’insolita sensazione di pace. Continuò a serrare gli occhi e per un attimo le sembrò di sentire il profumo dello strano giardiniere, ma lo sapeva che lui non era entrato lì e quindi sorrise: questo avvalorava la tesi che si stesse prendendo una bella cotta per lui. Le parve ad un certo punto di sentire una voce sussurrare un nome in lontananza, si limitò ad ignorare il pensiero, perché è piuttosto appurato che le statue non parlino.

Ma le bellissime emozioni che stava provando in quel momento furono interrotte bruscamente dalla sensazione che qualcuno la stesse afferrando per le braccia, aprì gli occhi di scatto e per qualche interminabile istante continuò a sentire delle mani che le sfioravano le spalle. E poi non percepì più niente.
Sentì che il cuore aveva ricominciato a battere all’impazzata per lo spavento, si guardò intorno e controllò di nuovo che non ci fosse nessuno. D’istinto provò a chiederlo ad alta voce e non sentì nessuna risposta, nessun rumore e questo la tranquillizzò. Si ordinò di mantenere la calma, si disse che era una persona razionale ed intelligente e che non credeva a certe storie di fantasmi e sovrannaturale, non davvero, quindi avrebbe trovato una spiegazione a tutto. L’unica cosa di cui era praticamente certa, però, è che volesse sentire ancora quella piacevolissima sensazione di pace, voleva sentire quel profumo e quel calore ancora una volta, così allungò di nuovo le sue mani verso quelle della statua. Chiuse gli occhi nuovamente, sentì il freddo della pietra accarezzarle la pelle e come prima i pensieri dolorosi, le paure e le mille domande svanirono quasi fosse una magia.

Fu a quel punto che iniziò a ricordarsi dei sogni, o meglio del fatto che non fossero solo dei semplici sogni, lei sentiva infatti quelle emozioni come fossero vere e ogni volta quando si svegliava stava male, come se le mancasse qualcosa e finiva per provare nostalgia per giorni interi. Fin da piccola aveva cominciato ad avere delle visioni, ma tutti sminuivano i suoi dettagliati racconti asserendo che fosse solo una bambina con una spiccata fantasia. E crescendo lei aveva smesso di parlarne, non ne valeva la pena, era solo una sofferenza in più non essere creduta e compresa. Da adulta poi i sogni si fecero a mano a mano più rari, fino a scomparire e a quel punto decise di farsi il tatuaggio per non dimenticare.
« Però hai dimenticato… »
Sentì nuovamente quella voce sussurrare in lontananza e questa volta era certa di averla sentita, ma non la turbò affatto, in quel momento era più turbata dalla frase stessa che dal non sapere chi l’avesse pronunciata. E si sentì così in dovere di rispondere con un filo di voce:
« No, non ho dimenticato, me li ricordo tutti. Mi ricordo di quel bellissimo angelo dalle candide ali bianche, dal viso dolce e dai lunghi capelli neri, mi ricordo quegli occhi blu come il cielo che a volte sembravano luccicare. Non mi sono dimenticata degli sguardi nei boschi, di Sunrise, delle mani che si sfioravano e dei sorrisi timidi, del biglietto nascosto nel fazzoletto, quel delicatissimo bacio e poi… »
« E poi? »
Si concentrò ancora di più per ricordare, ma le immagini non erano più così tanto chiare: un posto che somigliava ad una grande chiesa, il fuoco, la paura, un ciondolo e il dolore di ciò che in quel momento non ricordava, ma sentiva dentro perfettamente, le fece scendere una calda e pesante lacrima sulla guancia.
Fu a quel punto che avvertì sulla schiena due mani che la stavano tirando dolcemente a sé, esattamente come poco prima. Aprì gli occhi, ma continuò a sentirle e rimase immobile, terrorizzata e rassicurata allo stesso tempo. Qualunque cosa fosse non voleva farle del male, questo lo avvertiva nel profondo, anche se non sapeva come mai, ma poi le vennero violente in mente le parole dei suoi genitori: era solo una ragazzina con troppa fantasia. Quello che provava non era vero, non poteva esserlo, forse aveva davvero bisogno di un aiuto.
E solo a quel punto non sentì più la tensione su di sé, quelle mani invisibili la stavano lasciando andare. Quelle mani invisibili sicuramente non erano mai esistite, si era solo immedesimata troppo nei suoi sogni, aveva voluto credere a tutti i costi in qualcosa di unico e speciale, che però era inconfutabilmente impossibile.

Iniziò a sentire i battiti del cuore rimbombarle in testa, era delusa da sé stessa, aveva paura dei suoi stessi pensieri. Decise così di allontanarsi più in fretta che poteva da quel posto, da quella cosa che non riusciva a capire e non riuscire a capire la spaventava a morte. Corse fino alla porta, disinteressandosi del rispetto e di tutto il resto e la tirò verso di sé con tutta la forza che aveva, non voltandosi mai indietro per paura che neanche la statua fosse reale, ma frutto della sua mente probabilmente malata.
Oltre alla porta era ormai buio pesto, chissà quanto tempo era passato, i suoi occhi ci misero un po’ ad abituarsi alla penombra a causa della forte luce che c’era prima nella stanza, ma quando cominciò a vedere bene si accorse subito che lo strano giardiniere non era più lì. Le venne il dubbio di essersi potuta inventare anche lui e questo la fece cadere nello sconforto più totale.

Adesso aveva paura, paura di quello che aveva sentito, paura di non saper distinguere più ciò che era reale da ciò che non lo era e non sapeva neanche come tornare indietro: era notte, iniziava a far freddo e il pensiero di stare in quel posto la terrorizzava ora che le sue certezze stavano crollando ad una ad una. Si disperò ancora per qualche minuto, poi respirò a fondo e decise che l’unica cosa sensata da fare fosse provare ad uscire, così si incamminò lentamente verso il tetro cunicolo che la portava alle scale, sperando solo di riuscire a vedere dove metteva i piedi.
Scese i gradini uno ad uno con attenzione, doveva stare attenta a non cadere, perché se si fosse fatta male in quel posto nessuno sarebbe venuto in suo soccorso. Andò dritta per un pezzo che si ricordava di aver percorso e questo la tranquillizzò, poi però trovò un bivio e non si ricordava davvero da quale dei due archi fosse uscita qualche ora prima. Così ne inforcò uno a caso, sperando di avere fortuna. Trovò altre scale che salivano e questo era giusto, ma quando arrivò alla fine non trovò la botola che pensava di trovare, non c’era una luce che potesse indicarle la via e non aveva la minima idea di dove fosse finita. Non aveva la forza di tornare indietro in quel momento, era stanca e terribilmente abbattuta, i pensieri che le giravano in testa la stavano tirando giù nel baratro del dolore. Si lasciò scivolare lungo il muro sedendosi per terra: non aveva più voglia di cercare, lottare, se fosse dovuta morire, tanto sarebbe valso morire lì.
Forse per l’ansia o per il dolore vissuto nei giorni precedenti, forse per le notti insonni o perché alla fine quel posto l’aveva sempre in qualche modo protetta, non si accorse nemmeno che Morfeo la stesse portando via con sé, chiuse gli occhi e dormì come non aveva dormito da diverso tempo.

Si svegliò quando i raggi del sole le illuminarono la faccia, si stropicciò un po’ gli occhi e poi si chiese da dove venisse quel bagliore. Allungò la testa verso la luce e vide che c’era una botola proprio sopra la sua testa, la sera prima non se ne era resa conto, un po’ per il buio, un po’ per l’agitazione del momento. Quando si alzò in piedi sentì qualcosa di soffice scivolare dal suo corpo e cadere sul pavimento, lo prese in mano e lo osservò da vicino, non poteva sbagliare: era il giaccone di pelle dello strano giardiniere… ma allora lui non era frutto della sua immaginazione! Strinse forte a sé quell’indumento come fosse la cosa più importante della sua vita, se lo portò al viso, lo annusò intensamente e il suo profumo le fece tornare un po’ di speranza.
A quel punto tornò con i piedi per terra e si chiese perché l’avesse coperta per non farle soffrire il freddo, quando però non si era preoccupato di abbandonarla lì da sola e farla morire di dolore e di paura. Perché non l’aveva aspettata e se ne era andato, per poi tornare e andarsene di nuovo?

Aprì la botola e portò il giaccone con sé, appena uscita da là sotto comprese di non aver la minima idea di dove si trovasse, non era la strada fatta il giorno prima e non era neanche un percorso che avesse già visto. Scorse un bagno in lontananza e decise di darsi una rinfrescata. Quando uscì si accorse di avere altri bisogni da soddisfare, aprì la borsa e si benedisse per averci messo un pacchetto di biscotti e una bottiglietta d’acqua, era una a cui piaceva avere sempre la situazione sotto controllo e anche se ultimamente non ci riusciva mai, almeno una cosa l’aveva fatta giusta. Adesso doveva assolutamente trovare il buco per uscire e nel frattempo trovare anche lo strano giardiniere per restituirgli il giaccone.
Quindi decise a caso una direzione in cui muoversi e la seguì osservando gli angeli intorno a sé per cercarne qualcuno familiare, ma passò diverso tempo prima che riuscisse ad orientarsi in quel posto.

Arrivò finalmente all’apertura, ma dell’uomo neanche l’ombra e a quel punto le fu abbastanza chiaro che non volesse vederla. Ma perché? Che aveva fatto di male? Lei invece avrebbe voluto incontrarlo e fargli tante domande… motivo per il quale lui non si faceva trovare, pensò.
Così poggiò il giaccone ai piedi di una statua lì vicino e rimase a fissare il suo paradiso per un po’: quel posto continuava ad essere splendido, ma non la faceva più sentire serena, all’improvviso neanche gli angeli avevano più importanza per lei, solo dolore, anche loro. Forse quella storia non le faceva bene, magari sarebbe stato meglio allontanarsi, per un po’ o per sempre, questo non poteva saperlo. Ma doveva andare via da lì, adesso.

Uscì dal buco nel muro in tutta fretta e decise poi di sedersi sulla panchina ai lati del viale alberato per riorganizzare un po’ i pensieri.
Non voleva tornare a casa: troppi ricordi, le foto ancora da strappare, le lettere da bruciare, i regali da buttare o almeno da nascondere, non era ancora pronta per farlo e non sapeva se lo sarebbe stata mai. Non voleva vedere e sentire nessuno, non voleva dare spiegazioni a chi chiede come stai, senza però ascoltare davvero la risposta.
Non poteva neanche tornarsene indietro però: lo strano giardiniere non la voleva vedere, almeno per adesso e di sicuro non avrebbe risposto a nessuna delle sue domande, se lo sentiva. Nelle ultime 24 ore aveva mangiato solo i biscotti che aveva trovato nella borsa ed ora si sentiva molto debole, aveva paura di poter svenire da un momento all’altro, anche per tutte le emozioni vissute negli ultimi giorni. Iniziò a starnutire, ovvio, visto che era stata tutta la notte in un vestito bagnato fradicio e al freddo. Ora al posto dei capelli aveva un nido di paglia, il trucco colato e gli stivali pieni di fango, chissà cosa avrebbero pensato le vecchie bigotte del cimitero se l’avessero vista in quello stato. Si alzò lentamente e pensò che un bel bagno caldo l’avrebbe sicuramente aiutata a sentirsi meno uno schifo. Decise così di tornarsene a casa, di cercare di riprendersi un po’ la sua vita, questa volta senza usare la fantasia.

Ma durante il tragitto l’unica cosa che riusciva a pensare era come facessero ad essere tutte solo coincidenze: lei che fin da piccola aveva avuto dei sogni molto realistici aventi un angelo come protagonista, questo angelo che somigliava incredibilmente ad una statua in un cimitero monumentale, in un’ala dove nessuno poteva entrare, ma che comunque veniva curata da una figura un po’ inquietante e allo stesso tempo rassicurante che sapeva sempre tutto ciò che lei pensava in ogni momento, che era tutto ciò che lei aveva sempre desiderato.
In effetti, vista così, l’unica risposta logica che riusciva a darsi è che fosse frutto della sua mente, che lei avesse voluto vedere la somiglianza fra l’angelo dei sogni, quello della statua e quello del tatuaggio e forse, in qualche modo che davvero non sapeva spiegarsi, lo strano giardiniere fosse solo un amico immaginario che aveva creato per sentirsi meno sola in un periodo difficile della sua vita.
Il cielo si stava nuovamente riempiendo di nuvole e sarebbe venuto a piovere di lì a poco, così decise di allungare il passo e si accorse che le mancava già terribilmente: reale o immaginario che fosse, quell’uomo le aveva salvato la vita impedendole di fare un gesto stupido, gli effetti della felicità che aveva provato fra le sue braccia erano reali, ma non aveva prove che fosse reale anche lui.
Forse aveva bisogno di tempo per sé stessa, per guarire dal trauma che aveva subito e poi avrebbe deciso se fosse valsa la pena di scoprirlo.

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