08. Tre passi avanti

L’uomo camminava tre passi avanti a lei, pochi per non farla sentire sola, troppi per farle capire che c’era qualcosa di diverso da prima. Non parlava, non si voltava, camminava a passo svelto attraversando porticati e sentieri che lei non avrebbe saputo ripercorrere all’indietro. Questo un po’ la impensieriva, se lui non l’avesse riaccompagnata al buco nel muro per qualche motivo, lei si sarebbe persa di sicuro. Come sempre.
Dove stava andando? Al punto contrassegnato nella cartina con il simbolo strano? Non poteva neanche chiederglielo, perché lui le aveva detto che non poteva spiegarglielo. Ma se non poteva parlarne, come mai ce la stava portando? E soprattutto, come faceva ad essere sicura di non essere in pericolo?
Il dubbio le venne quando lui aprì una botola di ferro battuto alla fine di un porticato e iniziò a scendere le scale che erano nascoste sotto di essa. Lei soffriva di claustrofobia e quel passaggio sotterraneo le stava mettendo ansia, però non poteva tirarsi indietro adesso, ormai era vicina alla verità.
Il primo tratto era illuminato dai fori presenti sul soffitto, poi ad un certo punto si scendeva tramite altre scale e il tragitto era completamente buio. Lei si fermò titubante e lui tornò indietro per accertarsi che stesse bene. Avrebbe voluto dirgli che era la prima volta che aveva paura del buio, che si sentiva tremare dentro, che aveva freddo, tanto freddo e che soprattutto soffriva nel vederlo così distante. Ma non poteva dirgli niente di tutto ciò, così si fece coraggio e si buttò nell’oscurità. Iniziò ad ascoltare i passi dell’uomo e cercò di seguirli, non sapeva perché si fidasse di lui, non aveva per niente senso, neanche lo conosceva e quel luogo avrebbe terrorizzato chiunque. In fondo morire non la preoccupava in quel momento difficile della sua vita, morire in un cimitero poi era degno dello humor nero che amava tanto nelle canzoni, ma il dolore la spaventava molto e non poteva proprio sapere che intenzione avesse quell’uomo. Le apparenze erano tutte contro di lui.
All’improvviso sentì un rumore, forse un topolino che si stava facendo una passeggiata, lo spavento le fece perdere la concentrazione e il senso dell’orientamento, non sentì più i passi dell’uomo e cadde per terra. Si fece un po’ male alle ginocchia, sentiva la pelle bruciare e a quel punto lo sconforto l’assalì, cercò di calmarsi facendo dei respiri profondi, però era terrorizzata e non riusciva ad alzarsi. Iniziò a sudare e quel sudore era freddo come la pioggia che cadeva dal cielo poco tempo prima e a quel punto sentì qualcosa di caldo avvicinarsi e non ebbe paura, nel buio riconobbe il profumo.
L’uomo la prese per mano, l’aiutò ad alzarsi, le toccò il volto come per assicurarsi che non stesse piangendo e poi le sussurrò nell’orecchio:
« Il tratto buio è quasi finito, pensi di farcela a resistere un altro po’? »
Lei fu così felice di sentire nuovamente la sua voce, il suo calore, il suo odore, che in quel momento avrebbe potuto superare ogni paura. Se solo lui non le avesse lasciato la mano, avrebbe potuto affrontare il buio, il freddo, il dolore… la voglia di morire. E lui non lo fece.

Continuarono a camminare mano nella mano e come lui le aveva detto, dopo qualche minuto trovarono delle scale in salita, due archi e nuovamente dei fori sul soffitto che facevano entrare l’aria e la luce.
Alla fine di quel corridoio c’era una porta dorata, una grande porta di legno lavorato, con ai lati delle imponenti colonne di marmo bianco. Lei si avvicinò per vedere da vicino le tavole scolpite nei riquadri sulla porta e le fu semplice capire che storia stavano raffigurando: la cacciata degli angeli.
Data la sua enorme passione per queste creature mitologiche, le era capitato spesso di vedere film e di leggere libri sulle loro storie. In alcune di esse si narrava il fatto che Dio scacciò alcuni angeli ribelli dal Paradiso e li mandò sulla Terra per punizione, in effetti una bella punizione, pensò. Ma c’erano anche delle storie meno famose che narravano di come gli angeli furono cacciati pure dalla Terra da uomini malvagi. Chissà se questa storia aveva a che fare con il contenuto di quella stanza, si chiese.
Si voltò per ritrovare il viso dello strano giardiniere, per capire cosa avrebbe dovuto fare adesso e si accorse che sul pavimento, nella semioscurità, si trovava un bellissimo mosaico ettagonale. Pensò che una figura a sette lati fosse una cosa molto strana, perché era difficile da disegnare e a maggior ragione inusuale per un mosaico. Poi concluse che il sette era il numero sacro per eccellenza, e soprattutto il suo numero preferito, ma questa era un’ovvia coincidenza. Al centro del mosaico c’era uno strano simbolo, lo aveva già visto da qualche parte e così concentrandosi meglio si ricordò che era il simbolo sulla cartina che aveva strappato poco tempo prima, sembrava in effetti una lettera di qualche antico alfabeto che lei non conosceva, ma erano tante le cose che non sapeva.
Quindi ormai non c’erano dubbi, quello era esattamente il punto indicato dalla mappa, il posto che metteva tanta ansia allo strano giardiniere e tanta curiosità in lei. Cosa sarebbe successo adesso?
Si avvicinò a lui e cercò di guardarlo negli occhi, sperando che lui capisse le sue domande e potesse in qualche modo risponderle, ma lui rimase impassibile. Avrebbe tanto voluto un abbraccio, ma comprendeva che non era il momento adatto e così si decise ad esprimere il suo dubbio sussurrando:
« Che devo fare adesso? »
Si aspettava il solito silenzio e invece l’uomo le rispose con tono pacato:
« Non sei venuta fin qui per tornare indietro »
« Infatti, non voglio tornare indietro, voglio entrare, ma ho paura »
« È giusto che tu ne abbia »
Questa frase poteva avere un sacco di significati, ma lei non se la sentì di indagare, magari scoprendo che erano proprio le cose tremende a cui stava pensando, così si fece coraggio e chiese preoccupata:
« Entriamo? »
« No, piccola. Io non posso venire con te, se decidi di aprire quella porta, sarai solo e soltanto tu ad oltrepassarla »
La ragazza sentì come se improvvisamente mancasse l’aria, ma anche se era terrorizzata, sapeva che non poteva e non voleva tornare indietro senza aver varcato quella porta. La sua vita in fondo faceva acqua da tutte le parti, cosa aveva da perdere? Lo strano giardiniere l’aveva chiamata “piccola”, era stato così dolce nel pronunciare quella parola e da questo capiva che lui voleva che lei entrasse, anche se non poteva dirglielo apertamente per non influenzarla. Chissà perché.
E poi in questa storia di angeli cosa poteva accadere di brutto? Lei li amava e sentiva che loro non le avrebbero mai fatto del male, se fosse successo qualcosa sapeva che lo strano giardiniere l’avrebbe aiutata e poi aveva il tatuaggio e il ciondolo che l’avevano sempre fatta sentire protetta. Poteva fidarsi degli angeli, doveva fidarsi negli angeli.
Prima però voleva una risposta ad una domanda banale, che stranamente non aveva mai avuto il coraggio di chiedere, forse era quella l’ultima occasione per farlo:
« Senti, mio strano giardiniere, ma tu come ti chiami? »
« Gabriel »
Rispose lui semplicemente, ignorando il nomignolo che la ragazza gli aveva appena affibbiato. Lei si mise a ridere e rispose:
« Ma dai, lo so che quello è il nome di un arcangelo! Mi stai prendendo in giro, vero? Se non volevi rispondermi, avresti dovuto semplicemente dirmelo. Sei proprio strano! »
Con un sorriso un po’ deluso sulle labbra, mise le mani sulle maniglie pesanti di quella porta, chiuse gli occhi e spinse con forza per aprirla. Solo quando sentì la porta chiudersi dietro alle sue spalle, si decise ad aprire nuovamente gli occhi.

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