07. Seguimi

Erano passate più di due settimane ormai, due lunghissime settimane in cui lei non si era fatta vedere per niente, un interminabile periodo lontana dal suo paradiso nascosto.
Il giorno che ci tornò non era il solito fine settimana e sicuramente non era un giorno in cui si sarebbero potute fare delle foto. In effetti era la prima volta che andava lì senza la sua inseparabile macchina fotografica.
Stava venendo giù un violento temporale, pioveva da giorni ormai, era evidentemente arrivato il cielo nero che lo strano giardiniere le aveva preannunciato.

Entrò di corsa dal buco nel muro e cominciò a cercarlo a destra e sinistra, ansiosa e tremante sotto la pioggia, senza nessun tipo di riparo. Poi lo vide da lontano, aveva il cappello e il giaccone nero e stava riempiendo di terra una fossa, che stesse coprendo una tomba? Non le interessava in fondo.
Si avvicinò piano senza fare il minimo rumore e poi si fermò davanti a lui, immobile sotto l’acquazzone, finché l’uomo non la notò: i capelli lunghi e bagnati le coprivano il viso, il vestitino nero era completamente fradicio e le stava aderente sul corpo, gli stivali erano coperti di fango, teneva le braccia abbandonate lungo i fianchi, il viso era tutto arrossato, il trucco nero colato lungo le guance e quegli occhi… gli occhi gonfi di chi ha pianto per ore e ore senza sosta.
Ormai di lacrime non ce n’erano più, ormai era il cielo a piangere per lei.
L’uomo lasciò cadere la pala e le andò incontro lentamente, quando le fu davanti le prese il viso fra le mani per guardarla negli occhi, ma lei spostò immediatamente lo sguardo, se lo avesse guardato in faccia avrebbe ricominciato a piangere e non voleva. Così lui iniziò dolcemente a toglierle i capelli dal volto e poi la tirò a sé e l’abbracciò più forte che poteva, erano entrambi completamente bagnati, ma nessuno dei due pareva accorgersene.
Lui non chiese niente e lei non si stupiva di questo, quell’uomo sapeva sempre tutto quello che lei pensava. Avrebbe voluto comunque parlare, avrebbe voluto sfogarsi, urlare, rompere qualcosa, ma quell’abbraccio sotto la pioggia era l’unico gesto che l’aveva fatta sentire un po’ meglio nei giorni di inferno che erano appena trascorsi e voleva sentirlo fino in fondo. Così allungò le braccia al collo dell’uomo, per sentirlo più vicino a sé e solo a quel punto lui notò il polsino nero che teneva sulla sinistra.

Il suo sguardo si fece all’improvviso cupo, mise le mani sui fianchi della ragazza per allontanarla un po’ da sé, poi le afferrò con forza il braccio sinistro con una mano e con l’altra le tolse lentamente il polsino. La ragazza non fece in tempo a fermarlo, perché tutto successe in pochi istanti, l’unica cosa che poteva fare era guardarlo terrorizzata, supplicandolo di non farlo. Sapeva che lui avrebbe capito subito cosa c’era sotto quella fasciatura, sapeva che l’avrebbe giudicata male, magari avrebbe provato compassione e pena per un gesto così stupido, per una persona così stupida e lei non voleva che lui pensasse quello di lei.
Ma lui continuò e vide e capì, lei provò un grande senso di vergogna e l’unica cosa che riuscì a fare fu abbassare lo sguardo, adesso era convinta che lui l’avrebbe cacciata via, che magari anche lui si sarebbe allontanato da lei, e così due lacrime calde e pesanti scivolarono dal suo viso, finché non sentì le braccia dell’uomo nuovamente avvolgerla e proteggerla. Incredula alzò lentamente lo sguardo e trovò finalmente il coraggio di scrutare i suoi occhi, scoprendo così un’espressione comprensiva, amareggiata, ma allo stesso tempo teneramente incoraggiante. In fondo, se si era fermata era stato solo per lui ed era sicura che lui, in qualche modo che ancora non capiva, lo sapesse.

L’uomo cominciò ad asciugarle il viso con le dita, quelle grandi e calde mani che rassicuravano, in contrasto al gelo di tutto il resto. Solo allora lei riuscì a sussurrare qualcosa con un filo di voce:
« È tutto finito… finito »
Lui arricciò un angolo della bocca, la sua voce era sicura:
« So che arriverà il sole e possiamo aspettarlo insieme se vuoi »
La ragazza annuì e appoggiò la guancia sul suo petto, mentre la pioggia scendeva su di loro e il temporale non dava tregua, passarono chissà quanti minuti stretti l’uno all’altra. Poi cominciò a tuonare e l’uomo preferì spostarsi al riparo, così prese per mano la ragazza e la portò fino al porticato, la aiutò a sedersi sugli scalini e poi si mise a sedere accanto di lei.

Enormi gocce continuavano a cadere violentemente sul terreno, si era alzata una strana nebbia che nascondeva gli angeli e le profumatissime rose rosa. Non si poteva ormai più vedere niente, solo lei, solo lui.
I minuti passavano, senza parole, senza bugie, senza domande.
Poi finalmente la pioggia si fece sempre meno intensa, fino a che si iniziarono a sentire solo piccole goccioline che cadevano dalle foglie degli alberi, ad una ad una. Un timido arcobaleno si formò fra i cespugli e solo allora la ragazza si allontanò dall’uomo per avvicinarsi all’arcobaleno lentamente. Aveva l’espressione sognante di una bambina timida ed ingenua, eppure le sue ferite, visibili e non visibili, dovevano ancora urlare dentro di lei. L’uomo la guardava incredulo, mentre si avvicinava ad annusare i fiori e guardava attraverso le gocce d’acqua. Non voleva interrompere quello strano stato d’animo in cui lei si trovava adesso, anche se il suo quesito, apparentemente infantile, lo fece sorridere di nascosto:
« Ma se questo è davvero il paradiso… tu sei il mio angelo custode, vero? »
E nel formulare questa domanda, le sue labbra formarono una strana, simpatica smorfia.
L’uomo non rispose, ma le restituì un sorriso. Lei allora tornò indietro, si mise nuovamente seduta accanto a lui e continuò, sempre a voce bassa:
« Tu sai tutto di me, non è così? »
« Nessuno conosce niente di nessuno, lo hai detto tu, no? »
Rispose con voce tranquilla, sempre col sorriso sulle labbra e lo sguardo dolce.
All’improvviso il volto della ragazza si fece serio, come se le fosse fulminato nella mente un pensiero importante, sembrava tornato tutto alla normalità, fino a quando chiese pensierosa:
« Però tu sai cosa è, vero? »
E si mise a frugare nella tasca del vestito, fino a che non riuscì a tirar fuori un piccolo pezzo di carta bagnata, con delle strane forme geometriche disegnate e un simbolo al centro che sembrava una lettera antica di chissà quale alfabeto.
Fece per porgere il foglio allo strano giardiniere, ma lui invece di allungare il braccio per afferrarlo, si limitò ad alzarsi in piedi e a voltarsi dalla parte opposta, evidentemente innervosito.
Lei non capì quella reazione, era solo una cartina e lei gli aveva solo chiesto se lui sapesse cosa fosse. Perché si era arrabbiato e perché si stava allontanando pensieroso?
« Che c’è? »
Chiese preoccupata, con voce tremante. Aveva il terrore di averlo offeso, ma non si spiegava il perché. Passarono alcuni secondi di silenzio che parevano interminabili: lei non aveva il coraggio di dire niente e lui sembrava preso da incomprensibili pensieri, evidentemente non piacevoli.
Poi finalmente l’uomo si girò verso di lei, l’espressione del suo volto era severa, preoccupata, eppure la sua voce era tornata calma come prima:
« Dove hai trovato quella cartina? »
Lei cercò di pensare bene alle parole, non voleva farlo arrabbiare, non voleva creargli problemi e con tutte le paure che aveva, iniziò a parlare di getto senza pause, sperando solo di poter rimediare:
« L’ho trovata su un sito internet, mentre stavo facendo delle ricerche su questo luogo. In realtà non ho mai creduto che fosse vera, non riesco a capire queste cose dove sono, non assomiglia molto a questo posto. Ma se ti da fastidio posso distruggerla, guarda! »
E così dicendo, prese la cartina con due dita e la strappò in mille pezzi, poi li appallottolò, li tirò nel cestino della spazzatura e si incamminò verso di lui, aspettando un suo commento ad occhi bassi.
Lui rimase in piedi distante, e poi tagliò corto sospirando:
« Non è quello il problema »
Lei iniziò a sentire i formicolii alle mani e le palpitazioni al cuore, non sapeva perché, ma capiva che lo aveva fatto arrabbiare ancora di più, adesso era nervoso, adesso anche lui era distaccato, si sentiva così stupida, ma continuava a non capirne il motivo:
« E allora dove sta il problema? »
Chiese con voce tremante e agitata, era così nervosa che sentiva le lacrime pronte a scendere di nuovo.
« Non puoi capire e anche se fosse non te lo potrei spiegare, lascia semplicemente perdere, ok? »
Disse lui ormai assente e si voltò per allontanarsi, lei rimase in silenzio, immobile, quasi senza respirare, ma quando lo vide girare l’angolo, senza neanche pensare alle parole che uscirono dalla propria bocca, urlò:
« Anche se non puoi spiegarmi cos’è, puoi portarmi lì? »
Appena pronunciata quella frase si sentì gelare il sangue nelle vene. Si pentì subito di quello che aveva appena chiesto all’uomo, perché lui era rimasto evidentemente turbato da quella cartina e lei, con modo di fare insensibile e insensato, gli aveva appena chiesto di portarla lì, dando oltretutto per scontato che quella cartina fosse vera e lui lo sapesse.
Il cuore iniziò a farle male, così tanto male che se lo sarebbe strappato dal petto. Il respiro si fece affannoso e gli occhi si fecero umidi. Era confusa, agitata, sentiva solo un grande dolore dentro, adesso avrebbe perso anche lui e il suo paradiso e gli angeli.
Basta, basta, basta, voleva, doveva andare via di lì…

Le gambe però smisero di sorreggerla, così si lasciò cadere sulle ginocchia, si accasciò per terra e iniziò a singhiozzare con rabbia, non voleva perdere anche lui, no, non era giusto.
In lontananza riuscì a sentire dei passi, allora si asciugò gli occhi con la manica del vestito e iniziò a respirare profondamente per riuscire a calmarsi. Dal rumore poteva capire che lui stava tornando indietro, ma era paralizzata dal dolore e non riusciva ad alzarsi. Aspettava e ascoltava passo dopo passo fiduciosa, continuando a guardare il pavimento color acquamarina del portico. Poi niente più passi, lo sentiva vicino a lei, silenzioso, aveva paura di voltarsi verso di lui per scoprire che espressione avesse, era terrorizzata dalla paura di vederlo arrabbiato con lei.
Lui si inginocchiò vicino a lei e con un tono calmo e distante le chiese:
« Perché vuoi che ti porti lì? »
La ragazza comprese che era quello il momento di farsi perdonare e visto che lui era rimasto così scosso da quel posto, la cosa che le sembrava migliore era fingere di non averne più il minimo interesse. Così si alzò da terra, rimase inginocchiata davanti a lui e mentre si sforzava di assumere un’espressione più serena possibile, disse pentita:
« Non lo so, non mi interessa più… scusami ti prego… perdonami, non voglio perdere anche questo! Perdonami! »
Lui la osservò impassibile e lei capì che non le aveva creduto minimamente, non c’era poi da stupirsene, lui le leggeva nel pensiero. Ma se in passato lo aveva fatto, perché non lo faceva anche adesso? O forse lo stava già facendo?
« Ho bisogno di sapere la verità. Dimmi perché vuoi andare lì? »
Continuò lui, cercando di tranquillizzarsi. Lei lo sentiva ugualmente distante e preoccupato, però non le sembrava più arrabbiato e quindi pensò che fosse meglio dirgli proprio tutto quello che le passava per la testa, anche se non aveva poi molto senso. Così lo guardò dritto negli occhi, ma non sapeva come iniziare il discorso e allora cominciò a fissare il pavimento e a mordersi le labbra, sforzandosi di stare calma e pensare a qualcosa di intelligente da dire. All’improvviso lo guardò nuovamente in faccia e si tirò su la manica destra del vestito, più su che poteva, poi disse con voce ferma:
« È per lui »
Quello che vide l’uomo sul braccio della ragazza fu il tatuaggio di un angelo seduto sulla riva di un fiume, con delle bellissime ali bianche e una spada fra le mani. Aveva un’espressione tranquilla, ma allo stesso tempo vigile, pensò che quello fosse ciò che lei riteneva il suo angelo custode e probabilmente per sentirlo più vicino, se lo era fatto tatuare sul braccio.
Lei aprì la bocca per iniziare a spiegargli tutto, dall’inizio alla fine, ma lui le mise l’indice sulle labbra, come per dirle di fare silenzio. Si alzò in piedi lentamente e la prese per mano per aiutarla a fare altrettanto, le asciugò il viso con le dita e lei sorrise per quel gesto, poi si incamminò sussurrandole semplicemente:
« Seguimi »

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