04. Bisogno e paura

Ormai la testa era piena solo di pensieri a cui non voleva pensare, tanto valeva tornarsene a casa. Si incamminò verso l’uscita, o meglio verso il piccolo buco nel muro che aveva allargato nelle settimane precedenti, non si era allontanata molto e quindi fu facile ritrovare la strada, nonostante il suo scarso senso dell’orientamento.
Alla fine aveva fotografato solo tre angeli e le mancava ancora mezzo rullino per poter procedere con la stampa, la curiosità di vedere cosa era riuscita a fare era ai limiti dell’umana comprensione e quindi decise che il giorno successivo sarebbe tornata nel suo paradiso nascosto. Avrebbe però fatto più attenzione nell’evitare quello strano giardiniere.
Strano, in effetti, era l’aggettivo che lo descriveva meglio: fisicamente sembrava una persona forte, prepotente e poco raccomandabile, non che lei fosse una dai pregiudizi facili, però il suo aspetto esteriore faceva pensare ad una persona quantomeno particolare, eppure i suoi occhi e il suo sorriso avevano un che di tenero, il suo modo di parlare calmo e pacato, i suoi movimenti lenti, era tutto così dannatamente in contrasto con quello che sembrava a prima vista. I tatuaggi che aveva sulle braccia erano davvero belli: raffiguravano per lo più personaggi di fantasia, come demoni, angeli, fate e scritte che non era riuscita a leggere, però le era rimasto impresso il volto di quello che poteva apparire un “troll pensatore”. Non si era lasciata scappare però neanche il suo fisico ben allenato… un sorriso involontario tradì i suoi pensieri e si dette della sciocca. Colpa della mancanza di coccole, esclamò fra sé e sé e si mise a ridere sulla strada di casa. Forse stava impazzendo davvero, però di fatto quella risata in quel momento le serviva come l’aria.
Il giorno successivo, come previsto, si presentò davanti al piccolo buco nel muro. A mano a mano che si avvicinava al punto esatto, il terrore di trovarlo chiuso aumentava esponenzialmente, ma per fortuna ancora era lì e ancora lei sarebbe potuta entrare.
Strano, pensava, che lo strano giardiniere non avesse cercato il posto da dove lei era entrata. Strano, che se tutti le avevano impedito di scoprire quel posto, colui che stava dentro non le impediva di starci. Strano anche che le permettesse di tornarci. Un sacco di cose erano strane a pensarci bene, ma anche lei era strana e quindi tutto tornava. Sorrise.

Chiuse gli occhi, trattenne il fiato ed entrò, come il giorno precedente, ma più velocemente. Quella che vide fu la stessa identica scena già vista, ma decise di seguire il sentiero opposto, per essere sicura di trovare angeli diversi, finché non si fosse ambientata meglio e non si fosse saputa muovere con cognizione di causa.
Il primo che trovò rappresentava una bella ragazza alata seduta su dei cuscini, era tanto triste quanto annoiata, lo sguardo perso davanti a sé non faceva trapelare nessuna emozione positiva, sembrava che sentisse il peso degli anni passati lì adagiata in completa solitudine. Era un pensiero stupido, riflettendoci meglio: era solo una statua e le statue non hanno sentimenti, figuriamoci se possono provare noia! Ma ormai le era venuto alla mente, c’era poco da fare. Iniziò a fotografarla in silenzio, guardandosi continuamente attorno e stando molto attenta ad ogni minimo rumore.

Proseguì in quella direzione e tra vari cespugli di fiori colorati, apparirono delle statue di bambini alati. Le osservò un po’, erano molto belle, ma decise di non fotografarle: quelle erano tombe di bambini e lei non se la sentì di portare i loro angeli con sé, il pensiero della morte di un ragazzino era davvero troppo doloroso e quindi continuò per la sua strada.
In lontananza vide una statua in alto su un parallelepipedo di marmo coperto dall’edera. L’angelo non era di marmo, aveva un colore nero e verde, ma non sapeva di che materiale potesse trattarsi. Non riusciva neanche a capire se fosse stato un angelo femmina o un angelo maschio, forse era una di quelle poche statue asessuate veramente. Aveva le ali aperte, enormi, davvero belle ed emozionanti nel complesso.
L’unica cosa certa era che quegli occhi neri e seri incutevano davvero terrore, sembrava che quella scultura fosse in grado di giudicare, sembrava che davvero potesse vedere e che fosse arrabbiata. Così lei decise, assurdamente, di chiederle il permesso prima di fotografarla. La osservò e poi abbassò lo sguardo, il cuore iniziò a batterle forte come impaurito dall’espressione dura della statua e solo quando ricominciò a battere regolare, si decise a portarla con sé.

E anche questa era fatta, adesso da che parte poteva andare? Si guardò un po’ intorno, ma spostando lo sguardo verso il viale alberato alle sue spalle, vide proprio quello che non voleva vedere: lo strano giardiniere.
Si nascose dietro all’angelo arrabbiato e si fermò a pensare qualche secondo. Non voleva farsi scoprire di nuovo a curiosare, in fondo le era già andata bene una volta, non se la sentiva di rischiare ancora e di sentirsi negare una volta per tutte la possibilità di tornare lì. Quindi era meglio andarsene senza farsi vedere e poi magari tornare il weekend successivo.
Sbirciò ancora in direzione del viale, l’uomo non si vedeva più, che fosse già vicino a lei? Il pensiero la preoccupò così tanto che, mentre si incamminò verso l’uscita, non si rese conto che il suo passo si faceva a mano a mano più spedito.
Passò i piccoli angeli e l’angelo annoiato e si accorse di stare correndo, non avrebbe voluto correre in un posto simile, non stava rispettando né il luogo sacro né gli angeli che ne facevano parte, eppure le sue gambe non volevano sapere di rallentare. Si avvicinò in velocità al buco nel muro e nel passarci attraverso si ferì ad una mano. Qualche goccia di sangue cominciò a scendere, ma lei non ci fece caso, era troppo presa a chiedersi perché stesse fuggendo e da chi? Dallo strano giardiniere, certo, eppure lui non le aveva dato motivo di reagire in quel modo. Perché tutta quella paura? Perché tutto quel bisogno di tornarci ancora? E la cartina?

Capitolo precedente

Capitolo successivo