03. Lo strano giardiniere

Era un essere umano, non una statua, ciò in cui era andata a sbattere. Si girò lentamente e cercò di fare l’espressione più tranquilla che riusciva a simulare, anche se la tristezza si stava lentamente prendendo possesso di lei: non voleva che la portassero via di lì, proprio adesso che aveva cominciato a fotografare quegli angeli bellissimi, doveva ancora vedere un sacco di cose.

La persona che si trovò davanti voltandosi era tutta l’opposto di quella che si aspettava di vedere: un uomo decisamente alto e dal fisico imponente, vestito con pantaloni e maglietta nera, aveva le braccia completamente tatuate, una barba ben curata e i capelli scuri e sciolti, lunghi fin sotto le spalle. La ragazza notò che teneva in mano un secchio ed una pala e solo allora capì che doveva trattarsi di un giardiniere. Pensò che se lo avesse preso con le buone magari non l’avrebbe cacciata e così, visto che lui si limitava ad osservarla, abbozzò un timido sorriso come per farsi perdonare, sussurrando sottovoce:

« Mi scusi se l’ho disturbata, stavo facendo delle foto per l’università, ma me ne vado subito »

Lui la fissò per un istante con sguardo severo, l’espressione della sua bocca invece sembrava esprimere comprensione. Ma comunque non proferì parola e così a lei sembrò giusto proseguire:

« Ho chiesto il permesso al vicedirettore, ha detto che per una volta posso fare le foto che voglio »

Lui continuò ad osservarla impassibile, la guardava tranquillo, senza dire niente. Lei, con il cuore che sembrava scoppiare invece, aggiunse sinceramente preoccupata:

« Ma le prometto che non disturberò né il suo lavoro, né la quiete di questo bellissimo posto »

Allora l’omone fece un passo verso la ragazza lentamente e si abbassò per guardarla negli occhi, lei ebbe come dei piccoli brividi di paura e lui se ne accorse e forse proprio per questo motivo accennò un sorriso, però continuò a non dire niente. Lei cercò di non farsi prendere dall’ansia, ma le domande erano molte: perché non mi dice neanche una parola? Perché non mi sgrida? E che significa quel sorriso? Mi butterà fuori o no?

A quel punto anche lei trovò il coraggio di guardarlo negli occhi, cercando possibili risposte e poi concluse:

« Senta, forse sono arrivata in un brutto momento, è meglio che me ne vada adesso? Posso tornare quando le è più comodo »

Lui fece un altro passo verso di lei, sempre molto lentamente e sempre avvolto da un inquietante silenzio, adesso erano così vicini che lei riuscì a vedere l’azzurro profondo dei suoi occhi, il petto le faceva male, ormai era certa che lui l’avrebbe cacciata di lì, sentì come il desiderio di scappare o di piangere o di pregarlo in ginocchio di farla rimanere un altro po’. Ecco sì, era proprio quello che voleva: solo rimanere un altro po’.

Lui guardò la macchina fotografica, poi si voltò ad osservare la statua di un angelo alla loro destra e nuovamente posò lo sguardo nei grandi occhi verdi e intimoriti della ragazza, scosse il capo sorridendo e si voltò per andarsene.

Mentre l’uomo si stava allontanando, piano piano il suo cuore tornò a battere normalmente e finalmente iniziò a capire cosa lui avesse voluto dirle senza usare neanche una parola: certo, avrebbe potuto continuare a fare le fotografie, le aveva appena concesso il tempo che aveva chiesto, ma l’angelo che aveva assistito a tutta la conversazione aveva sicuramente compreso tutte le bugie che aveva appena detto e probabilmente non si era nemmeno stupito di un comportamento tanto misero da parte di un essere umano. Gli angeli hanno ragione quando ci commiserano, quando non ci stimano, quando ci odiano, pensava e il sorriso amaro di quell’uomo glielo aveva dimostrato molto meglio di una sgridata o di un provvedimento serio.

Con questi pensieri in testa, a passo sempre più svelto, stando attenta a non correre, lo raggiunse. Si mise a camminare al suo fianco e a testa bassa cominciò a parlare sottovoce, non comprendendo lei stessa dove trovasse il coraggio o perché si sentisse in dovere di farlo:

« Mi dispiace averle detto una bugia, è che avevo paura che mi avrebbe cacciata da qui e io non volevo andarmene. È vero che ho chiesto il permesso al vicedirettore, ma lui ha iniziato a trovare scuse e quando l’ho chiesto a chi si occupa dei lavori qua intorno, hanno persino negato l’esistenza di questo posto. Mi scusi, davvero. Per inseguire il mio sogno sono stata un’egoista »

Solo a quel punto l’uomo si fermò e la osservò e finalmente parlò. Fece un mezzo sorriso, uno sguardo insensatamente comprensivo e con voce profonda rispose:

« Tutti gli uomini sono egoisti, ma non tutti gli uomini hanno un sogno così grande da vivere, tienilo stretto e sentiti fortunata »

Lei rimase perplessa al suono di quelle parole. Certo, aveva una grande passione per gli angeli, ma non le sembrava chissà quale sogno, se lo sarebbe tenuto stretto ovviamente, però era ben poca cosa per sentirsi fortunata. Nella vita favorita dalla sorte non lo era stata mai o comunque per così poco tempo che non aveva potuto assaporare appieno il gusto della felicità e benché quelle statue e le sue fotografie la facessero sentire soddisfatta, questo non bastava a farla sentire fortunata. E poi lei aveva usato la parola sogno appunto per indicare una passione, mentre lui aveva parlato di un sogno da vivere e questo l’aveva colpita molto, così cominciò a pensare a “quel” sogno, erano anni che non lo faceva più ormai.

Completamente persa nei suoi pensieri non si rese conto che l’uomo se n’era andato, ma andato dove? Quando alzò lo sguardo lui non c’era più, non aveva sentito nessun rumore, eppure un uomo della sua stazza non poteva sparire nel nulla. E poi non si erano nemmeno presentati, non le aveva nemmeno chiesto come era arrivata lì e il perché, non le aveva detto neanche di andarsene e di non tornare più. Anche se sapeva che era sbagliato, l’avrebbe preso come un invito a ritornare.

Se n’era andato senza salutare, che maleducato, pensò, ma anche lei che era entrata di nascosto lo era stata, come poteva farsi perdonare?

Tornò indietro, nel posto esatto dove aveva parlato con quell’uomo e fece qualche fotografia all’angelo che lui le aveva indicato: era seduto su un trono di pietra, con in mano una bacchetta, l’espressione del viso era rigorosa, sembrava proprio l’angelo della giustizia.

Lo osservò ancora un po’, poi si inginocchiò davanti a lui e sussurrò dispiaciuta:

« Bella figura che ho fatto davanti a te. Sono stata davvero meschina, ma tu lo sai meglio di me che per amore si commettono un sacco di errori e io vi amo, anche questo lo sai, vero? E saprai anche che sono completamente scema, che mi metto a parlare con una statua, che prego una statua di perdonarmi, quando non sono capace neanche di pregare Dio, quando non sono neanche capace di crederci in Dio… e allora perché credo in voi che siete suoi messaggeri, eh? Tu questo lo sai, angelo della giustizia? »

Quell’angelo una risposta non avrebbe potuto dargliela, ma qualcuno, da dietro una statua, stava annuendo e sorridendo ascoltandola.

Capitolo precedente

Capitolo successivo