02. Il paradiso nascosto

Quel portico era il più incantevole portico che avesse mai visto: le colonne erano di marmo bianco con delle venature color acquamarina, dello stesso colore era il pavimento e ai lati delle scalinate c’erano dei cespugli di piccole rose rosa, il loro profumo le dava una piacevole sensazione di serenità mista a nostalgia, chissà perché.

Aveva abbandonato la sua andatura calma e attenta, per una più agitata e curiosa, avrebbe voluto vedere tutto e subito, ma sapeva che sarebbe stato impossibile. Ogni tanto le veniva da saltellare, ma appena se ne rendeva conto, si obbligava a rallentare, doveva pur sempre fare attenzione a non essere scoperta.

In lontananza intravide una bellissima statua: era un angelo con il viso un po’ effeminato e i capelli lunghi, aveva un panno che gli copriva dai fianchi in giù e in mano teneva un violino. La sua espressione era di compiacimento per quello che stava suonando, gli occhi sembravano trasmettere dolcezza, mentre una percezione di forza e virilità veniva data dai suoi muscoli pronunciati, ma ben proporzionati al resto.

Guardò prima a destra e poi a sinistra mentre scendeva le scale alla fine del porticato, non doveva dimenticarsi che era in un posto vietato al pubblico e non voleva per nessun motivo che la portassero via di lì proprio adesso. Si avvicinò a lui piano piano, in una strana forma di rispetto, lo fissò a lungo negli occhi e quasi si emozionò per tanto che era bello, poi finalmente si decise. Si spostò prima alla sua sinistra e dopo alla sua destra, continuò ad osservarlo di fronte ancora per un po’ ed ecco, l’aveva trovata: l’angolazione giusta.

Tolse il tappo dall’obiettivo senza staccare lo sguardo dalla statua, impostò i parametri della macchina fotografica e con le mani un po’ tremanti scattò la prima foto, poi una seconda, una terza e anche altre seguirono velocemente.

Si obbligò a smettere con la forza, c’erano sicuramente ancora molti angeli da “portare a casa” in quel posto fantastico e probabilmente, anche se ne dubitava, ci sarebbero stati angeli ancora più belli di quello.

Si allontanò svogliatamente continuando ad osservarlo, finché le colonne del portico non lo nascosero e quindi riprese a camminare guardando avanti, con un piccolo sorriso di soddisfazione stampato in faccia. Mentre cercava all’orizzonte un altro soggetto da immortalare, rifletteva su mille cose, su un sacco di pensieri a cui non voleva pensare e si chiedeva perché in un momento bello come quello la sua mente non le lasciasse un po’ di tregua, non facesse assaporare anche a lei un misero spicchio di felicità. E a quel punto il piccolo sorriso si spense e i suoi occhi iniziarono ad inumidirsi: il Paradiso non è un posto per le anime sfortunate, pensò. Ci credeva? Non le interessava la risposta in fondo, quello che importava era quello che viveva in quel momento e non le piaceva per niente.

Poi, ad un certo punto, il suo sguardo cadde su un’altra bella statua e allora si asciugò velocemente quella lacrima mai scesa con un dito, attenta a non rovinarsi il trucco e si avvicinò a passo svelto al suo prossimo soggetto.

Erano due fidanzati, supponeva, lui aveva le ali, mentre lei era una comune mortale. Che fortunata, pensò. Lui la stava abbracciando e lei, pudica, si copriva il seno con un braccio, mentre con le dita della mano si nascondeva le labbra. L’angelo sembrava forte e innamorato, con un braccio indicava il cielo, forse era quella la loro meta e con l’altro stringeva forte la ragazza, che non sembrava affatto avere paura, anzi, il suo viso pareva esprimere gioia e tenerezza al tempo stesso.

Li trovava davvero carini e li invidiava, pensava che un amore così profondo potesse esistere davvero solo nell’arte o magari in Paradiso, peccato che in quel paradiso terrestre non ci fosse nessun angelo interessato a lei. Ah! Che stupida! Nella sua testa quel pensiero passò rapidamente dall’essere disperato ad essere comico e quindi non riuscì a trattenere una risata. Cercò di soffocarla con una mano e controllò subito intorno a lei che nessuno l’avesse sentita, si mise ad ascoltare il silenzio per un po’, ma niente pareva essersi mosso e quindi iniziò a fotografare il secondo soggetto.

Tra una foto e l’altra si dette della pazza, solo una pazza avrebbe pianto e riso su uno stesso pensiero, solo una pazza avrebbe cambiato umore e sentito emozioni così distanti in così poco tempo, solo una pazza avrebbe trovato la felicità, seppur effimera e provvisoria, in un cimitero monumentale.

E anche i fidanzatini sarebbero andati a casa con lei, era questo che pensava mentre procedeva all’indietro senza guardare minimamente dove stesse mettendo i piedi, era questo che pensava quando sentì di essere andata a sbattere contro qualcosa o forse qualcuno. Non aveva il coraggio di voltarsi per scoprirlo, aveva troppa paura. Il sangue le si gelò immediatamente nelle vene e il tempo si fermò all’improvviso.

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