01. Il piano B

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Canticchiava sottovoce per non disturbare la silenziosa pace che la circondava. Le era sempre piaciuta molto la quiete, trovava che l’assenza di rumori riuscisse a comunicare molte cose, anche più di quelle che la maggioranza delle persone poteva sentire parlando.
Non si era mai interessata alla religione, ma riteneva in ogni caso che quello in cui si trovava in quel momento fosse un luogo sacro e quindi si sentiva in dovere di rispettarlo, dunque, dopo che ebbe varcato il grande cancello in ferro battuto all’entrata, iniziò a canticchiare solo mentalmente.

L’emozione che la pervadeva ogni volta che metteva piede in quel posto era tanta, sentiva dentro uno strano senso di benessere, di positività, il cuore iniziava a batterle più veloce e le mani le sudavano leggermente. Ogni volta che provava a cercare di capire il perché di questa sua reazione insensata, si sentiva un po’ stupida e questa volta, per cercare di non darci troppo peso, provò a concentrarsi su ogni singola parola del brano che stava ascoltando.
Con le cuffie del piccolo lettore mp3 nelle orecchie, si immaginava il video di quella canzone, vedeva scorrere nella sua mente i fotogrammi che secondo lei avrebbero meglio interpretato quelle melodie e nel farlo vedeva volti, espressioni, sentiva profumi, viveva sensazioni.

Camminava lentamente, lunghi passi ben distesi, come invasa da un senso di discrezione per quell’eterno riposo intorno a lei. Anche se conosceva perfettamente ogni lapide oramai, ogni statua, ogni angelo, proseguiva piano, osservando tutto con l’ammirazione della prima volta.
Portava con sé una macchina fotografica professionale a rullino, usata ovviamente, frutto di mesi e mesi di sacrifici, le era affezionata come se fosse stata viva. Avrebbe potuto fare mille cose con un apparecchio simile, ma lei si era soffermata a studiare solo le prime del manuale, spesso si definiva “sufficientemente superficiale da non essere perfetta”, ma in realtà, e lo sapeva bene, era solo un po’ pigra. Che poi alla fine alcune foto le venivano proprio bene, anche se probabilmente era solo merito di un pizzico di fortuna e della profonda passione che aveva per quei soggetti.
Fin da piccola, infatti, aveva nutrito una straordinaria attrazione per gli angeli ed era per questo motivo che spesso si recava lì, lì infatti c’erano i “suoi” angeli: bellissime statue alate in posa per essere fotografate, o almeno era questo che pensava mentre decideva che quella d’ora in avanti sarebbe stata una missione più che un semplice passatempo.
All’inizio le era sembrato strano riuscire a trovare quel senso di serenità in un cimitero monumentale, ma poi, con il passare del tempo, gli angeli che si trovavano in quel posto erano diventati sempre più familiari e adesso niente le sembrava più così strano. Non si poneva neanche più il problema di cosa potessero pensare gli altri, anche se non era solita raccontare questo lato di sé, era troppo personale e preferiva rimanesse privato, tanto nessuno la capiva mai.

Quel giorno c’era il sole, un piacevole tepore le riscaldava la pelle ed un fresco venticello rendeva gradevole passeggiare, in più c’era abbastanza luce per delle ottime foto. Aveva già in mente quali sarebbero stati i suoi soggetti ed era molto emozionata per questo, anche se a dire il vero non li aveva ancora mai visti: li aveva immaginati e desiderati per settimane e adesso sperava solo di poterli raggiungere, incrociava le dita affinché tutto filasse liscio come l’olio.
C’era infatti un’ala antica del cimitero monumentale che era chiusa al pubblico, nessuno poteva entrarci e non era riuscita a scoprire il perché. Aveva provato a chiedere ai responsabili – e perfino a chi si occupava della manutenzione – il permesso di entrare anche solo per pochi minuti, aveva messo in mezzo improbabili tesi teologiche e studi sui beni artistici, ipotetici lavori gotici e culturali, ma con le buone non aveva funzionato, avevano fatto semplicemente finta di non capire. Il “piano A” era fallito.
Le settimane passavano e quel divieto era diventato per lei un’ossessione. Aveva fatto delle ricerche su internet e in biblioteca, aveva letto un po’ di cose e aveva visto foto, era sempre più intenzionata ad andarci, se le buone parevano non funzionare, avrebbe provato con le cattive. Anche perché non riusciva proprio ad immaginarsi un motivo per il quale si potesse vietare di vedere delle statue: cosa nascondeva quell’ala antica in realtà? Ok, stava guardando sicuramente troppe serie TV, probabilmente stava solo crollando tutto e per questioni di sicurezza si erano limitati ad interdire l’intera zona invece di ristrutturare, come facevano sempre per tutto d’altronde.

Dopo l’ennesimo tentativo di entrare con correttezza, si era messa a gironzolare nei dintorni di nascosto e aveva visto che, camminando per un pezzo dietro ai cipressi del viale principale, nel muro che recintava la sua agognata meta, si trovava un buco: dei mattoni erano caduti e se lei, “accidentalmente”, ne avesse fatti cadere altrettanti, avrebbe aperto un varco sufficientemente largo per riuscire a passarci. Quindi appena aveva del tempo libero andava ad aprire quel passaggio segreto, qualche mattone per volta, per non dare nell’occhio. Si sentiva un po’ teppista per questo, ma in fondo voleva solo attraversare quel muro, dare un’occhiata e poi avrebbe rimesso tutti i mattoni al loro posto. Nessun atto vandalico alla fine, nessun danno.
Ora finalmente era arrivato il giorno degli ultimi tre mattoni, il suo tanto desiderato accesso era libero davanti a lei, adesso sarebbe potuta andare a vedere cosa c’era di là, quello era il giorno in cui il fantomatico “piano B” avrebbe avuto una conclusione.

E adesso si trovava lì, ferma dietro agli alberi che l’avevano gentilmente nascosta durante la messa a punto del suo progetto, il cuore le batteva forte, sentiva le mani gelate e le gambe impietrite come quelle dei suoi angeli, aveva così tanto desiderato entrare, eppure proprio ora che tutto era pronto, adesso che sarebbe bastato solo allungarsi fin dentro il buco nel muro, dubbi e domande le stavano riempiendo la testa senza pietà. Immobile, con il respiro sempre più affannato, fissava quel buco, mentre la sua testa sarebbe potuta scoppiare da un minuto all’altro.
Spense il suo lettore mp3 e si tolse lentamente le cuffie, controllò nervosamente nella borsa se avesse preso i rullini, ok, c’erano, per un momento aveva avuto il terrore di averli dimenticati a casa. Con le mani si mise in ordine il vestitino nero di pizzo e velluto che indossava e poi sorrise della propria stupidità: si stava comportando come se avesse dovuto incontrare un ragazzo per un primo appuntamento, ma dietro quel muro avrebbe trovato solo statue di angeli, che non avrebbero potuto vederla, o almeno non vederla per come era fuori, avrebbero solo potuto leggere nella sua anima e quella non si può rimettere in ordine con una stropicciata, in ogni caso. In quell’istante le fu improvvisamente chiaro quale fosse il problema: non si sentiva all’altezza per un confronto con i suoi angeli, con loro non potevi mentire o nasconderti, loro sapevano tutto di te e lei non riusciva mai a capire quanto valesse davvero. I pensieri stavano diventando assurdamente seri: veramente credeva che quelle statue fossero più di semplici statue?
All’improvviso sentì un rumore in lontananza. Si voltò verso il viale e notò delle anziane e chiassose signore procedere con passo fiacco nella sua direzione, se l’avessero vista sarebbe stato di sicuro un problema per lei, avrebbero chiamato il custode, che l’avrebbe cacciata via subito e si sarebbe accorto del buco, come minimo l’avrebbe chiuso e magari avrebbe pure fatto in modo di farle pagare i danni, senza contare la figuraccia imbarazzante. No, non poteva davvero fidarsi di quelle vecchiette bigotte che si prendono paura per un nonnulla, che di sicuro non avrebbero capito le sue motivazioni, allora finalmente trovò il coraggio e si allungò dentro all’apertura trattenendo il fiato.

Finché non mise entrambi i piedi dall’altra parte tenne gli occhi chiusi, poi, ormai rosa dalla curiosità, li aprì e rimase ad osservare quel piccolo agognato “paradiso” per un po’.
C’erano numerosi alberi e molto verde, intorno ad ogni lapide c’erano dei cespugli di fiori e delle siepi, il terreno era ricoperto da un bellissimo prato ben curato e i passaggi erano di ciottolato piccolo, con graziosi sassi bianchi e levigati. Più lontano poteva vedere anche una bella fontana, con tanto di statua centrale che gettava zampilli gioiosi, le gocce d’acqua facevano piccoli arcobaleni incontrando i timidi raggi di sole, era una di quelle fontane che lei aveva visto solo nei giardini dei film.
In effetti quel posto poteva benissimo essere un set di un film, quel giardino era tenuto alla perfezione, ma che senso aveva? In fondo doveva solo essere un’ala abbandonata di un antico cimitero monumentale. Lì non poteva entrarci nessuno, allora che senso aveva tutta questa bellezza? Eppure qualcuno doveva esserci, un parco così accudito necessita di molte ore di lavoro e chissà quante persone se ne stavano occupando. Doveva stare attenta a non farsi vedere o altrimenti avrebbe passato dei guai grossi.
Non sapeva da dove iniziare, quel luogo doveva essere davvero grande e a prima vista tutti i sentieri sembravano uguali, solo le statue sopra le tombe erano diverse, ma essendo la prima volta che le vedeva non le sarebbero state di grande aiuto per tornare indietro. Allora tirò fuori dalla tasca una piccola cartina che si era stampata a casa, non sapeva se fosse stata corretta, non si capiva molto in realtà, era alquanto vecchia e probabilmente il sito da dove l’aveva scaricata non era neanche affidabile e chissà se era davvero la mappa di quel posto. Eppure se l’era messa in tasca lo stesso, da quando l’aveva vista era come se una voce dentro di lei le avesse gridato ancora più forte di portare a termine il suo piano: quello strano simbolo al centro della cartina, foto o non foto doveva capire cosa stesse ad indicare.

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